Ci vediamo in libreria il 20 giugno

Carissime lettrici e Carissimi lettori di questo blog, a quattro anni di distanza da Eppure il vento soffia ancora torno in libreria con Tieniti forte. Lettere al figlio che parte (sempre per Bordeaux Edizioni) continuando a portare avanti il progetto editoriale, che voi conoscete bene, di fare pezzi di antropologia della vita quotidiana e familiare (o di fare a pezzi l’antropologia, dipende dai punti di vista), nel segno della cura come esperienza primaria e radicale della nostra vita, utilizzando lo strumento dell’autobiografia o, meglio, della mia autobiografia.

Tieniti forte. Lettere al figlio che parte è un “giro della famiglia in quaranta brani” (intuizioni in presa diretta, pubbliche ammissioni, stralci di diario, trascrizioni di sogni, lettere che partono da un altrove assoluto, la mia vita privata) che rimandano al sentire e al sapere di ciascuno e di ciascuna che legge, in una dinamica di rispecchiamenti nella quale è possibile e utile perdersi; un “viaggio al centro della famiglia” mai fine a se stesso.

Voi che da tanti anni leggete questo blog sapete che anche questo libro (che riprende alcuni dei brani qui pubblicati) è colmo del rischio di una intimità che vuole offrirsi alla passione di molte e di molti per la riflessione sulla propria esistenza, toccare il sentire urgente di tante e di tanti, generare vortici di interrogativi, guardandosi bene dal risolverli.

Vi aspetto metaforicamente in libreria ma, soprattutto, vi aspetto fisicamente alle presentazioni che faremo nelle prossime settimane in varie località: mi farà piacere, come è accaduto in passato, scoprire che siete in sala e conoscervi personalmente.

A presto. Un grande abbraccio a ciascuna e a ciascuno.

Farsi carico

Ho ereditato da mia madre uno sfondo depressivo che secerne un tono interiore di malinconia permanente. Nulla di definitivamente invalidante. Direi più un carico sulle spalle. Al quale devo molto, quasi tutto. Un carico a volte più pesante, a volte più leggero, che ha plasmato nei decenni le mie posture, quella fisica delle spalle curve e quella metaforica delle relazioni: se la postura è giusta, è più semplice farsi carico del carico ma è più semplice anche diventare il carico, farsi carico, cioè fare di sé il carico da portare. Salire sulle spalle, insomma. Farsi carico e farsi carico: due movimenti opposti e complementari.

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Il figlio muto

C’era Rino Gaetano che cantava A mano a mano e c’eravamo noi due che ballavamo. Tu dicevi che bella questa canzone di Rino Gaetano e io ti dicevo Mà, non è sua, è di Riccardo Cocciante e tu alzavi le spalle come per dire vabbè. Rino Gaetano ci guardava e sorrideva compiaciuto, forse perché – pensavo – non aveva mai visto una madre e un figlio ballare in questo modo. Tu portavi il tempo con le mani e basculavi con la testa e le spalle, portavo il tempo anch’io ma ero fermo sul tronco mentre ruotavamo sui noi stessi e anche giravamo intorno. E poi ti ballavo dappertutto, come facevo quando tornavo a casa e tu stavi cucinando e mi dicevi di smetterla e invece ti piaceva ed eri contenta. Sembrava l’avessimo fatta tante volte questa danza che sembrava una danza popolare di chissà dove e invece era la prima volta che ti vedevo così plastica e mi faceva impazzire il contrasto tra il tuo volto doloroso che conoscevo così bene e questa tua energia che non avevo mai visto. E allora guardavo Rino Gaetano per capire come fosse possibile ma non capivo e più non capivo più tu diventava piccola ed io enorme.

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Come Itaca, non esistere

Sentivo molto freddo ed ero completamente circondato dalla nebbia, come quando da bambino andavo a scuola e non si vedeva nulla ma proprio nulla e dovevamo camminare con le mani poggiate al muro e avevo paura quando bisognava attraversare.

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La mischia #3 – Posso chiudere la porta?

Una mattina mi svegliai prima del solito e, uscito in pineta, vidi che nei pressi del pagliaio era seduto qualcuno che, con ogni probabilità, c’aveva dormito dentro. Mi avviai in quella direzione e, giunto a poche decine di metri, ebbi la conferma che si trattava della persona che avevo immaginato. Mi sedetti di fianco e parlammo per pochissimi minuti. È difficile ammettere di aver fatto una cazzata, è ancora più difficile tornare avendo la certezza di sentirsene dire di ogni. Ci avviammo verso la casa e io suonai la campana che interrompeva qualunque cosa si stesse facendo, la campana che diceva «Venite!». Non c’era molto da interrompere perché ci si stava preparando per la colazione e quindi, nel giro di pochi minuti, eravamo tutti in cerchio nella casetta di legno. Quella volta, quando in piedi chiudemmo il cerchio, fu proprio lui a chiedere di poter custodire le parole e furono tutti d’accordo, perché era tornato.

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Mai la roba, mai.

Sognai che uscivo di casa e per strada non c’era nessuno e per questo mi spaventavo quando, nello specchietto retrovisore, vedevo un’utilitaria grigia incollata dietro di me. Giravo a destra e l’auto dietro di me restava incollata, dandomi il fastidio che mi danno quelli che guidano in quel modo. Giravo a sinistra, sperando di staccare dal cofano posteriore l’auto che vi si era incollata, e quella invece restava incollata aumentando il mio nervosismo. E così faceva girando a destra e poi intorno alla rotonda e poi sul cavalcavia sul quale acceleravo per immettermi con un sospiro di sollievo sulla rampa della statale ma il nervosismo si trasformava in ansia, perché l’utilitaria grigia era ancora incollata dietro di me, e produceva il sospetto che lo facesse apposta e per questo cercavo di vedere chi fosse ma non riuscivo neanche a capire se fosse un uomo o una donna, nonostante mi fosse vicinissimo. Ovviamente, mentre l’ansia aumentava, prendeva insieme a me l’uscita della statale, imboccava la provinciale nella mia stessa direzione e la percorreva alla mia stessa velocità nonostante io andassi pianissimo per lasciarmi sorpassare.

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La mischia #2 – Sbagliare il rigore decisivo

Era domenica mattina ed era, soprattutto, il diciassette luglio del novantaquattro. Avevamo improvvisato uno schermo gigante sul quale avremmo, di lì a poco, proiettato la finale dei mondiali di calcio. Mi chiamarono e mi dissero che dovevamo andare in ospedale: era morto un ragazzo ricoverato da molto tempo in pessime condizioni. Avevano chiamato noi perché eravamo le uniche persone che andavano tutti i giorni a fargli visita. Quando aveva saputo che stava male, la sua famiglia aveva deciso che lui non esisteva più. Il problema non era che stava male, il problema era che stava male perché aveva l’AIDS. Avesse avuto il cancro sarebbe stato diverso, molto diverso. Dunque quel ragazzo aveva cessato di vivere quel giorno, ma aveva cessato di esistere molto tempo prima.

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Troppo tardi

Ieri sera, vigilia di Natale, ti ho rivisto in un mio gesto spontaneo: ho chiuso una bottiglia e l’ho fatto nel modo in cui lo facevi tu. Mi succede la stessa cosa, e ti rivedo, ogni volta che sfrego inutilmente le dita sui soldi, quando li prendo dal portafogli. Ogni volta ho un sussulto, un battito: questi gesti si sono incorporati, si sono incistati nella memoria autonoma del mio corpo, quella che prescinde dalle mie intenzioni, quella che non controllo. Questi gesti consentono a te di continuare i tuoi gesti e a me di vederti e di riconoscerti. Ti rivedo anche in alcune espressioni di mio figlio e questo è proprio incredibile, perché lui ti ha frequentato poco.

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Rende possibile il pianto

Quando Roberto Vecchioni scrisse “Ma chi lo dice ai figli / Che ho paura di cantare e di volare / E che volare è facile / Ci vuol più fantasia per camminare” avevo due figli (e almeno altri due bambini, o forse tre, erano nati in quella nostra famiglia che era un covo di varia umanità) e una paura tagliente e persistente, di cui mai feci mistero, di affacciarmi al balcone di casa nostra che era al settimo piano.

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La mischia

Ho trascorso gran parte degli ultimi quaranta anni nel centro della mischia. Una piccola parte di questi, l’ultima, l’ho trascorsa nelle retrovie, a volte sul confine, ma sempre osservando ciò che succede nella mischia, e dando qualche indicazione. Non sono mai riuscito a girarmi dall’altra parte, neanche quando lo promettevo a me stesso.

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La soluzione è all’ultima pagina

«Beato te che sai qual è lo scopo della tua vita!» mi ha detto un amico, dopo aver letto il mio ultimo pezzo. E ha continuato: «Io non riesco ad ammettere a fuoco il fine della mia vita…». Un attimo, gli ho detto, io non ho scritto nulla sul fine della mia vita, ho scritto una cosa sullo scopo della mia vita. E qui già sapevo che ne sarebbe venuto fuori un altro pezzo. Ed eccolo.

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Parlare mi tocca

Ieri ho inventato un’espressione, ammettere a fuoco, per descrivere ciò che stavo facendo in quel momento: riflettevo sulla possibilità di ammettere a me stesso una cosa (non riflettevo sulla possibilità che, in assoluto, io potessi ammettere a me stesso una qualsiasi cosa, ma sulla possibilità che io potessi ammettere a me stesso quella specifica cosa) mentre cercavo anche di mettere a fuoco proprio quella cosa. Per decidere se ammettere effettivamente a me stesso quella cosa, bisognava che prima la mettessi a fuoco per bene, altrimenti avrei ammesso a me stesso una cosa che non avevo bene a fuoco. E, al contrario, non avrebbe avuto senso neanche lo sforzo di mettere a fuoco quella cosa se non ero sicuro riguardasse proprio me. Adesso che ci penso, mi piace il fatto che le cose debbano prima essere ammesse a fuoco: non tutte le cose meritano di essere messe a fuoco, alcune bisogna ignorarle, e poi c’è un tempo per ogni cosa, anche per quelle che crediamo importanti.  

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Io, tu, Kobe Bryant e Roberto Vecchioni

Ho sognato che io, Kobe Bryant e Roberto Vecchioni ti aspettavamo alla stazione. Non sapevamo a che ora saresti arrivato ma avevo paura di non essere presente quando saresti arrivato, e per questo avevo chiesto di andare comunque lì ad aspettarti: a Kobe Bryant questa circostanza non creava problemi, aveva una espressione magnetica, serena e disponibile, Roberto Vecchioni, invece, aveva una espressione del tipo “non ha senso, ma fa niente perché ci conosciamo da tanto tempo e ne abbiamo fatte di cose insieme”.

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Tieniti forte

Ricordi quella volta che, seduto in cucina, stesti a lungo in silenzio e chissà a cosa pensavi mentre io parlavo col medico? Ricordi che avevi sessant’anni e da poche ore anche un ictus che ti avrebbe straziato?

Ricordi che poi, mentre a passi corti e lenti, poggiato al mio braccio, percorrevi il corridoio e ti lasciavi alle spalle la tua vita e la tua casa, improvvisamente dicesti “Mi sembra ieri che ero bambino e giocavo per strada” e chissà se parlavi con me che ti stavo vicino o con te stesso che ti stavi allontanando? Ricordi che fu l’ultima cosa che dicesti per molto tempo?

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Ci sono momenti

ABBO5728bisCi sono momenti, situazioni, in cui il petto e il volto mi si riscaldano e il respiro mi si accelera. Mi capita, ad esempio, quando, all’alba o al tramonto, in riva al mare, mi sento abbracciare forte da un senso di solitudine profondo, radicale, irrimediabile e, al tempo stesso, da una felicità pura e commovente, che non so dire se sia gioia o gratitudine. In questi momenti, in queste situazioni, anche se non saprei dire se è bene o se è male, se è piacere o se è dolore, piangere fa bene. Continua a leggere

Ciò che resta

MostarNei pressi del ponte di Mostar, che in quel tempo era una sorta di arto fantasma nella mente della gente del posto, ci fermò (e noi ci lasciammo fermare) un anziano signore molto malmesso che ci chiese, a gesti e con pochissime parole comprensibili, di seguirlo (e noi lo seguimmo). Ci ritrovammo in ciò che restava della sua grande antichissima casa ad ammirare ciò che restava dei suoi antichissimi e preziosi abiti di famiglia e del suo antichissimo e prezioso arredamento. Per terra, in ciò che restava del cortile, era disteso ciò che restava di una vecchia trapunta imbottita che faceva da tappeto a una miriade di petali di rosa. A lato della trapunta, l’anziana e molto malmessa moglie del nostro ospite indicava con lo sguardo quei petali di rosa, mentre reggeva tra le mani un vassoio sul quale aveva poggiato quel che restava di un antichissimo servizio di piccolissimi bicchieri da liquore. In una frazione di secondo decidemmo, senza dirci nulla, così come senza dirci nulla avevamo deciso di seguire il suo anziano marito, che avremmo bevuto quella cosa che non sapevamo cosa fosse e della quale capivamo soltanto che era una offerta umile e solenne. Bevemmo: lo esigeva la situazione, lo esigevano l’anziana coppia e la sua postura, lo esigevano quell’incontro privo di parole, l’irripetibilità di quel momento e la sensazione che il tempo fosse tutto là. Imparai in quel momento che acqua di rose non è solo un modo di dire. E vidi ciò che restava di una lunghissima storia famigliare: mortificazione e dignità nell’antichissimo gesto di chiedere l’elemosina. Lasciammo quello che potevamo lasciare e ci riavviammo verso il ponte. L’anziano signore tornò a convincere altra gente a seguirlo a casa sua. Continua a leggere

Non perdere il controllo per non perdere

WhatsApp Image 2020-05-30 at 17.48.16 (1)Questa panchina nella foto è sempre stata lì. Da sempre le passo davanti, la guardo e non la vedo. Per anni, addirittura, l’ho sfiorata quasi ogni mattina, all’alba, soli io e lei. Eppure, non l’ho vista. Poi, questa mattina, inattendibilmente, inattesa come la sorpresa, l’ho vista. Non era ancora completamente visibile ai miei occhi e, dunque, se qualcosa stavo guardando (ma non so cosa guardassi) stavo guardando altro e altrove. Eppure, l’ho vista. L’ho rivista, anzi. L’ho rivista dopo oltre quarant’anni. E ho rivisto me. Continua a leggere

Se le parole sono semi

Ulivo pensanteDurante la quarantena ho fatto cose che non avevo mai fatto: ho interagito con due piante, ad esempio. Non solo le ho viste e mi sono accorto della loro esistenza ma, addirittura, le ho osservate e le ho ammesse tra le cose da fare. Senza saperne nulla, ovviamente, senza conoscerle. Perché io non ho alcuna conoscenza di piante, alberi, fiori. Non ho mai provato alcun interesse per regni che non fossero quello delle persone e quello delle parole. Tuttora, di sole persone e di sole parole è fatto il mio mondo. Null’altro lo abita che non sia ad esse funzionale. Continua a leggere

Il fascismo spiegato al figlio

WhatsApp Image 2020-04-25 at 11.13.31Una sera che l’estate prometteva bene, dopo che m’ebbe ascoltato per un paio di ore, un’anziana signora mi chiese se tutto ciò che avevo detto potesse essere riassunto nella sola parola, che pure non avevo mai pronunciato quella sera, rispetto, che a lei così sembrava.

Mi scosse così forte quella risonanza così inaspettata, che spostava altrove lo sguardo del discorso, che mi ci vollero secondi per riallinearmi. Ma quando lo fui, riallineato, mi prese in pieno la sua risonanza e compresi in pieno che davvero così era.

E pensai a te e anche a mio padre. Continua a leggere