Negli scogli e nelle chianche (a Zizì)

Io e BartL’ultima cosa ce l’hai detta con gli occhi chiusi e con un filo di voce. Sembravi parlare da solo o riferirti a un interlocutore immaginario. Ma a noi era chiaro che stavi parlando con noi, anche se fino a un secondo prima sembravi chissà dove e con chi. Continua a leggere

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Questa voce è stata pubblicata il 5 giugno 2017. 1 Commento

La distanza dentro di noi

1743642_799429640077704_6656412028313491153_nUno. Scrivo da Crotone. Francesca è a Lecce, Peppone a Napoli, Libano a Siviglia, Marshall a Milano. Siamo una famiglia decentrata, delocalizzata, multicentrica. Il baricentro è materno. La narrazione è paterna. Al di là di questo, tutto il resto è mobile: si può stare in prima linea ma anche ritirarsi lontano dalla trincea. Avanguardia e retroguardia, geometrie variabili, free style esistenziali.

Due. Siamo fatti così: proprio quando siamo molto distanti ci capita di sentirci molto vicini. Vicinanza e lontananza sono la forma che prende la distanza. Vicinanza e lontananza sono dentro di noi e noi le proiettiamo all’esterno da noi. Non c’è distanza fuori da noi che possa farci qualcosa, del bene o del male, se non è già dentro di noi.

Tre. Siamo fatti così: proprio quando siamo poco distanti ci capita di sentirci molto lontani. Vorremmo essere altrove quando la vicinanza ci impedisce di definirci come vorremmo. A volte funziona: lontano dagli occhi, lontano dal cuore. A volte non funziona, e più ci allontaniamo e più ci sentiamo vicini. E così passiamo la vita a cercare la giusta distanza. In fondo sono questi, ad libitum, i movimenti di una famiglia: prossemiche spontanee, coreografie involontarie, prove tecniche di giusta distanza.

Quattro: Il dispositivo della distanza non prevede la reciprocità. Non in forma automatica e necessaria. I figli vanno quando vanno, non ti chiedono se sei pronto e non puoi andargli dietro. I figli tornano quando tornano, anche se non sei pronto per il loro ritorno. I figli vanno e tornano, molto spesso senza spostarsi di un millimetro: vicinanza e lontananza sono dentro di noi.

Cinque: Scrivo da Lecce. Siamo tutti a Lecce. Siamo una famiglia in viaggio. La famiglia che viaggia è la più bella delle metafore, è una metafora che si anima, che si incorpora nella esistenza reale. La nostra anima è nella ferita, ha scritto Robert Bly e noi siamo qui che raccontiamo, in viaggio, di questioni e di ferite, e raccontando costruiamo insieme. Nuovi racconti, nuovi significati, nuove consapevolezze. Raccontando ci ridefiniamo. Raccontando apriamo la strada a nuovi racconti. E a nuove ferite.

Questa voce è stata pubblicata il 15 aprile 2017. 3 commenti

Dell’amore

nonostante-tutto-resistiamoUn pezzo insolito per questo blog. Una novità assoluta, direi. Per molti potrebbe essere anche il primo incontro con la mia voce: a qualcuno può piacere l’idea di abbinare la voce alle parole che ha letto spesso. Ma non è detto che l’esperimento funzioni. Però vale la pena provare. Continua a leggere

Come fossi stato io

img_0711Di solito guardo solo un pezzo, un lato delle cose. Quasi sempre le guardo di sbieco. Non le guardo mai di fronte, in primo piano. È uno sguardo che mi deriva da una postura narrativa, credo. O forse è il contrario. Non lo so. Adesso per esempio c’è questa storia di questi due sedicenni che hanno fatto la mattanza ai genitori di uno dei due. Una cosa che le scarpe ti diventano pesanti, scriverebbe Safran Foer. E uno pensa sicuramente ai genitori morti, un altro pensa certamente al figlio che li ha uccisi. C’è pure uno che pensa a questo amico che s’è messo in mezzo. Io sto ancora più a lato: penso ai genitori di questo amico che s’è messo in mezzo. Continua a leggere

L’Epifania del figlio.

IMG_6160Uno. Genitori che accompagnano figli troppo giovani che partono. Alla stazione conto almeno dieci nuclei simili al nostro: la sera di Santo Stefano è una sera di partenze, a quanto pare, e di separazioni. Se il Natale è la festa della famiglia, una decina di natività sono qui in stazione e la mangiatoia è il treno sul quale il Bambinello si ripone da solo, con la prenotazione nell’iPhone. Continua a leggere

Questa voce è stata pubblicata il 30 dicembre 2016. 1 Commento

Fare piccoli per farsi grandi

wolf_in_sheeps_clothing1Vincenzo ha fatto il maestro di scuola elementare per tutta la vita ed oggi che è in pensione fa il maestro in un CAS, un Centro di Accoglienza Straordinaria per rifugiati. In classe ha una trentina di ragazzi tra i 18 e i 25 anni provenienti da molti Paesi africani e del Medio Oriente. Continua a leggere

La mia materna nudità

me-da-piccoloLavorai per molto più di tre anni per scrivere Ho perso le parole. Quando fu definitivamente concluso decisi che, per non dimenticare quel lavoro, dovevo fare un segno permanente sul mio corpo. Un incisione, un tatuaggio. E non poteva che essere un elefante, ovviamente. Cercai un disegno col quale potessi identificarmi e mi misi in attesa di un cenno, una indicazione che mi informasse che era il momento. Continua a leggere

Questa voce è stata pubblicata il 26 novembre 2016. 1 Commento