Come Itaca, non esistere

Sentivo molto freddo ed ero completamente circondato dalla nebbia, come quando da bambino andavo a scuola e non si vedeva nulla ma proprio nulla e dovevamo camminare con le mani poggiate al muro e avevo paura quando bisognava attraversare.

Vedevo solo una panchina distante da me alcuni metri e la sagoma di un uomo che guardava nella mia direzione. Anch’io lo guardavo e, mentre la nebbia mi impediva di vedere altro, il sogno era tutto sullo sguardo di quell’uomo. Non saprei dire quasi nulla del suo volto, non saprei descriverlo. Forse avrei dovuto sforzarmi di cambiare focus, forse avrei dovuto concentrarmi sul suo volto e, invece, ciò che mi riguardava era il suo sguardo. Per un attimo vedevo anche le sue mani: posate, letteralmente posate, una sull’altra, sulle gambe accavallate, posate nel senso della postura, della persona posata, e grandi, molto grandi. Poi di nuovo lo sguardo. E il lento calare delle sue palpebre, come a dire: va bene, ci sono, ti vedo, vedo che ci sei, vedo come sei, e va bene, ci sono, tu fa’ ciò che devi fare, io ci sono.

Lo sguardo, lo sguardo, lo sguardo, continuavo a ripetermi nel sonno, e poi diventava mi guarda, mi guarda, mi guarda. Pensavo che avrei voluto addormentarmi sotto la coperta di quello sguardo e invece ero in piedi, come chi sta decidendo cosa fare, dove andare. E di colpo non sentivo più il freddo.

Nell’atto di sentire che il freddo veniva meno, con un montaggio di immagini degno di un Oscar, il sogno diventò me che, ormai completamente sveglio, pensavo al sogno (poco dopo diventò me che pensavo a me che pensavo al sogno e cominciai a scrivere questo pezzo) e nel buio profondo della notte l’occhio della mente di nuovo guardò lo sguardo di quell’uomo, l’orecchio che ho sul petto sentì un leggero dolore, forse solo una pressione più forte, e il battito aumentò: quanta attenzione in quello sguardo, che sensazione forte di copertura, di protezione.

La cosa che nel sogno mi impressionò era che questa protezione arrivava da un uomo fermo, posato, che mi guardava restando seduto ad alcuni metri di distanza. Ecco: la distanza! Quella distanza era risuonata in me e mi aveva rassicurato. Mi chiesi se la distanza può essere rassicurante e, sì, mi risposi, la giusta distanza è lo spazio per la libertà.

Quante volte ho ringraziato mio padre per la grande libertà che mi ha sempre dato: di essere come volevo, di fare le mie scelte, di sbagliare. Eppure, lo sguardo di quell’uomo nel sogno era una nuova scoperta che avrebbe potuto cambiare la mia prospettiva: ci può essere libertà senza sguardo? Se lo spazio per la libertà è quello della giusta distanza, quando la distanza è tanta, c’è ancora libertà? Perché ci sia uno spazio deve esserci un confine e forse lo sguardo è un confine. E io, nello sguardo di quell’uomo (chi era? mi chiedo e ancora mi chiedo, chi era? ma non trovo risposta) non ho riconosciuto lo sguardo di mio padre, di quel padre al quale tutti i giorni penso con un sentimento enorme di dolorosa e tardiva tenerezza. Forse non l’ho visto perché non c’è, dentro di me, la memoria, la radice, l’orizzonte di uno sguardo paterno? Forse non era libertà quella in cui mi sono mosso per anni? Forse era lo spazio sconfinato e senza orizzonte dell’assenza di uno sguardo, un cantiere senza misure di sicurezza, un surrogato autoprodotto della libertà necessaria, una bombola di ossigeno per non andare in apnea?

Per l’ennesima volta nella mia vita, mi sembrò di aver visto una cosa del mio passato che non avevo mai visto. Dovrei dire, sarebbe più giusto dire, che per l’ennesima volta nella mia vita mi sembrò di aver visto una cosa del mio passato che avevo già visto tante volte ma che adesso mi sembrava cambiata (tante volte mi è accaduto e mi accade di vedere cose che conosco bene, che ho sempre visto, eppure di vederle da una prospettiva diversa, talmente diversa che potrebbero essere cose diverse e invece sono le stesse cose, ma sono diverse perché è diverso il loro senso, perché vanno in una direzione diversa, perché la diversa prospettiva porta un diverso significato, una diversa realtà interiore).

Per l’ennesima volta mi sembrò cambiato il mio passato. E per l’ennesima volta il mio passato cambiò il mio presente, spostò i miei riferimenti e mi costrinse a pensarmi in un altro modo, a pensarmi altro. È una conoscenza che non ha fine. La conoscenza di sé, come Itaca, non esiste. La conoscenza di sé è il viaggio stesso.

(photo by Austin Chan – Unsplash)

2 thoughts on “Come Itaca, non esistere

  1. Bene questo scritto merita una risposta, non perché gli altri non lo fossero, ma questo è di una stupendaggine che supera il limite. Chissà perché mi piace tanto. Forse perché hai trovato pare per qualcosa che condivido.
    Grazie mille Felice.

  2. Purtroppo è molto difficile essere genitori.Anch’io ho avuto una madre che mi diceva sempre di lasciarmi libera ma in realtà siccome mi vedeva realizzata e indipendente economicamente e lei non lo era… intimamente soffriva nel confronto.Solo col tempo e una maggiore consapevolezza sono riuscita a perdonarla.Il perdono è la vera strada verso la LIBERTÀ!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...