Il mio amico immaginario

Ho detto al mio amico immaginario questo fatto che la conoscenza di sé è come Itaca, non esiste, che conoscersi è il viaggio stesso. Io ho due modi per conoscermi: uno è questa cosa di scrivere queste cose, l’altro è questa cosa di parlare col mio amico immaginario. Uno funziona, l’altro no.

Funziona quando inizio senza sapere da dove arrivano le cose con cui sto iniziando. Come ho scritto altrove, mentre faccio la svolta facile a destra, mentre guardo le tue larghe spalle, mentre cerco un ascensore, mentre dormo, arrivano da sole, in poche, ma con un ordine preciso, che non posso modificare, le ripeto e le ripeto, bastano a se stesse, e hanno sempre un suono che mi piace, ma non un seguito che dia la fine: esiste un posto, da qualche parte, dove aspettano sedute, le mie parole. Io le seguo, aggiungo cose che non so dove porteranno, e altre cose arrivano, cose che conosco e cose che non conosco, e ad un tratto conosco qualcosa che non conoscevo. A volte qualcosa che già conoscevo si dispone in una forma nuova e allora diventa una cosa nuova. Ha possibilità diverse la mia esperienza di conoscere di conoscere, fa strade diverse che sempre si incrociano, che spesso tornano al via e ti sembra di dover ricominciare, ma non è vero, si passa dal via ma non si inizia davvero di nuovo, non si riparte mai da zero, piuttosto dal nuovo si inizia, dalle cose nuove inizia un nuovo cammino, una nuova conoscenza e si continua a conoscere di conoscere.

Per esempio, un tempo credevo che, parlando col mio amico immaginario, stessi parlando con me stesso e invece un giorno ho conosciuto la differenza tra riflettere, riflettere su di me che rifletto, riflettere su di me che rifletto su di me che rifletto e, infine, parlare col mio amico immaginario e, avendo capito che quando parlo col mio amico immaginario non sto riflettendo, anzi, sto evitando di riflettere, ho compreso che il mio amico immaginario è un atto a sé stante, come fosse extrapiramidale, non è coordinato, parte da un punto che non controllo. Ho compreso che il mio amico immaginario non sono io, che lui è fuori da me, che è un contrappeso, che è la ragione, precaria, del mio equilibrio precario.

Non ricordo, non potrei ricordare, quando è arrivato perché ero troppo piccolo quando ho cominciato a parlare con lui. Potrei dire che c’è sempre stato, se non fosse che è impossibile. Forse ha reso meno dolorosa la mia solitudine, forse l’ha resa possibile. Forse ha reso possibile il mio sceglierla (non sapendo di sceglierla) la solitudine, quella solitudine che, forse, era una scelta necessaria, forse funzionale, e che forse ha funzionato. Dico forse, forse, forse, perché non ho certezze su nulla, perché conoscenza non porta certezza, che non sono neanche lontane parenti, che la conoscenza non esiste, è il viaggio stesso.

Col mio amico immaginario non parlo mai di queste cose complesse, della conoscenza, del capire, del comprendere, della consapevolezza, non parlo con lui della consapevolezza che un amico immaginario forse mi serviva per essere altrove quando ero dov’ero, per essere in un altro momento quando ero in quel momento. E anche oggi, che – senza forse – non ho più bisogno di essere altrove, oggi che posso tornare a stare in quel non voler stare, oggi che posso farlo stando in piedi, guardandomi intorno, ascoltando tutto come fosse il presente, oggi che potrei decidere di tornare indietro e non soffrire, parlo col mio amico immaginario di cazzate, di cose straordinariamente inutili e prive di senso e quando mi accorgo di farlo mi prende, non so perché, un battito di sconforto. E sospiro.

Forse, perché l’amico immaginario mi impedisce di dimenticare. Forse, perché mi aiuta a non dimenticare.

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