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Sarò come tu mi vuoi

e69b54282f4e17e6426e2485489092a6Un signore che aveva appena comprato un asino, mise il suo bambino in groppa all’animale e uscì a fare una passeggiata tenendo l’asino per le redini. Subito si accorse che la gente additava suo figlio e diceva “ma guarda che figlio degenere, lui se ne sta comodamente seduto in groppa all’asino e a suo padre lo costringe a camminare a piedi”. Dispiaciuto per quei commenti ingiusti nei confronti del suo bambino, salì in groppa all’asino e, a malincuore, lasciò che suo figlio camminasse a piedi di fianco all’asino. Aveva da poco iniziato la sua passeggiata quando si accorse che la gente lo additava dicendo “ma guarda che padre degenere, lui se ne sta comodamente seduto in groppa all’asino e al suo bambino lo costringe a camminare a piedi”. Ferito per quei commenti ingiusti nei suoi confronti, prese il bambino e lo mise in groppa all’asino insieme a lui. Contento di aver finalmente risolto il problema si avviò per la sua passeggiata ma subito sentì che la gente additava entrambi dicendo “guarda che padre e che figlio degeneri, se ne vanno comodamente in giro in groppa all’asino e così facendo lo faranno morire” e allora, dispiaciuto per quei commenti nei confronti di se stesso e di suo figlio, scese dall’asino e mise a terra anche sui figlio. Ripresero la passeggiata a piedi tenendosi per mano e tenendo l’asino per le redini. Ma subito la gente disse “guarda che scemi quei due, hanno un asino a disposizione e vanno a piedi”. Continua a leggere

Un padre e cento figli

è quel che èOgni giorno il barista mi dice “Un padre campa cento figli, cento figli non campano un padre”. In genere lo guardo e non rispondo. Ogni tanto rispondo “Cresci i figli, cresci i porci”. E lui è contento. Ovviamente nella realtà questo scambio di espressioni tipiche del nostro mondo antico si svolge rigorosamente in dialetto e viene accompagnato da uno sguardo finto scandalizzato e finto risentito. Mio nonno diceva anche “Figli e nipoti, tutto ciò che fai è perduto” che in dialetto consente la rima. Una volta gliel’ho anche detto, al barista, ma poi c’ho messo qualche giorno a riprendermi da questo eccesso di socializzazione alla quale non sono abituato. E allora ho ripreso a non rispondere.

Con queste litanie rendiamo merito, io e il barista, alla nostra antica ma vivissima tradizione (potremmo dire arte) della lamentazione. Quelle che noi ricordiamo, fingendo siano nostre, non sono però del tipo di quelle che si rivolgono al destino, né di quelle che si rivolgono all’ineffabile regista misterioso del destino e neanche di quelle che si rivolgono all’autorità costituita (tutti destinatari questi che, da soli, controllano gran parte del mercato delle lamentazioni).  Le nostre sono, invece, petulanti espressioni di patita ingratitudine. Da parte dei figli, nel caso particolare. Nei confronti dei quali ci si lamenta di aver fatto tanto e si recrimina di aver ricevuto poco o nulla.

Sentite mille volte da che ho memoria, questo tipo di lamentazioni hanno sempre generato in me il senso dell’essere agganciato. Da qualcuno, ovviamente. A mio nonno, a mia nonna. A mia madre, soprattutto. Non a mio padre, che lui non ha mai pronunciato parola o silenzio che non andassero, seppur a volte amaramente, nella direzione della altrui libertà.

Ho imparato in fretta, quindi, non solo per questo ma anche per questo, che molta umanità è mossa dall’idea che la propria felicità dipenda da qualcun altro. C’è questa umanità che delega, affida, appalta ad altri la propria felicità: a un partner, a una partner, a un figlio, a una figlia. Sposta fuori da sé il locus of control della propria esistenza e, così facendo, mette nei guai se stessa e la persona delegata. Non è dunque solo perché è ontologicamente incompleta che questa umanità, per intrappolare l’altro, dissemina intorno a sé trappole nelle quali rimane intrappolata anche essa stessa. Non è solo per questo. È anche perché da sempre racconta a se stessa storie sbagliate. Sull’amore, per esempio.

Un giorno, non era un bel giorno, io quella trappola l’ho sentita entrare nella carne, l’ho visto il mostro, l’ho visto in faccia. Ci sono cose che vedi e che non vuoi vedere più. Oggi che lo riconosco arrivare quando ancora è lontano, che ne comprendo le ragioni e i movimenti, lo tengo a bada, a volte minacciando, ma non ne ho più paura. Non mi faccio prendere. Non delego e non accetto deleghe.

Ecco. Questo pezzo, scritto al volo subito dopo averlo abbracciato ed essere partito, è dedicato al “mio” gruppo di Sigillo:

a P. che prende la giusta distanza

a E. che forse sa cosa deve fare

a G. che fa sogni orribili perché è più forte

a E. che se non trova cerca ancora

a L. che si separa per esistere

a S. che si divide per esistere

a S. che esiste negli altri e per gli altri

a S. che adesso si gode la leggerezza

a L. che merita la sua seconda chance

a Lilli che mi ha insegnato che è quel che è.

Il gigante è la bambina

WhatsApp Image 2019-09-10 at 22.26.06Uno. Se fossero una sagoma, potrebbero essere il gigante e la bambina, il gigante buono e la bambina che lo guarda, che guarda verso l’alto. Ma non sono una sagoma e io sono qui vicino a loro e posso guardarli e vederli bene: sono una mamma e il suo bambino, una mamma minuscola mamma e un bambino gigante con la barba. Si guardano e lei, per accarezzarlo sulla guancia, si alza sulla punta dei piedi e tende il braccio. Si guardano e non parlano ma si dicono un sacco di cose. Lui sta partendo e lei vorrebbe infilarsi nella enorme valigia che parte con lui. Continua a leggere

L’ultimo a partire

WhatsApp Image 2019-08-25 at 11.10.15L’ultimo a partire, in questa famiglia, è il figlio più piccolo. Il figlio più piccolo cresce più in fretta degli altri e, anche se parte per ultimo, parte prima degli altri. Sfrutta la scia, incassa la rendita di posizione, la sua postura è più ergonomica, gli avversari sono invecchiati. Continua a leggere

Ci vuole coraggio

WhatsApp Image 2019-08-15 at 12.23.15Era estate e mio figlio non aveva ancora compiuto cinque anni. Stavo lavando le stoviglie quando lo vidi arrivare dal tinello della veranda alla mia sinistra: calcolai che mi sarebbe passato alle spalle per andare dall’altra parte della casa. Mi girai, allora, per guardarlo passare e, abbassandomi, gli proposi un abbraccio. Lui si scansò e proseguì il suo tragitto. Io ripresi a lavare le stoviglie. Continua a leggere

Ho visto gruppi (giochi d’agosto)

602124976474839A volte penso che la più grande ingenuità della mente umana sia la sua grande fiducia nella mente umana. Non è che la mente non funzioni in assoluto, ci mancherebbe, è che spesso, più spesso di quanto si possa immaginare, la mente mente. E siccome la mente avrebbe il compito di distinguere tra vero e falso, che sia la mente a mentire è un problema serio. Con buona pace del paradosso del mentitore, che dovrebbe essere sbrogliato proprio dalla mente che, invece, a sua volta, mente. Dunque, ricapitolando, il marchingegno più incredibile che esista, la mente umana, ha una ingenua fiducia in se stessa e per via di questa ingenua fiducia in se stessa non si accorge di quanti errori commetta, di come spesso sia poco credibile. Incredibile, appunto. Continua a leggere