Farsi carico

Ho ereditato da mia madre uno sfondo depressivo che secerne un tono interiore di malinconia permanente. Nulla di definitivamente invalidante. Direi più un carico sulle spalle. Al quale devo molto, quasi tutto. Un carico a volte più pesante, a volte più leggero, che ha plasmato nei decenni le mie posture, quella fisica delle spalle curve e quella metaforica delle relazioni: se la postura è giusta, è più semplice farsi carico del carico ma è più semplice anche diventare il carico, farsi carico, cioè fare di sé il carico da portare. Salire sulle spalle, insomma. Farsi carico e farsi carico: due movimenti opposti e complementari.

Nella relazione fatale con mia madre, che sapeva farsi carico, ho dovuto imparare molto presto a farmi carico. È anche per via di questo peso incorporato nel mio corpo interiorizzato che in genere sto nelle relazioni come se fossi lì per caso, in procinto di andar via. E con un cartello appeso dietro la schiena, carico sporgente, che tiene il resto del mondo a distanza di sicurezza.

Mi tornò in mente questa cosa dell’eredità e del carico, quando trovai per caso una cosa che tanti anni prima avevo conservato in un posto assurdo e di cui avevo dimenticato l’esistenza. Mi capita spesso di fare questo errore: quando voglio custodire una cosa che mi è preziosa, la ripongo in un posto che mi sembra sicuro e così finisco per nasconderla a me stesso e alla fine la dimentico. Quella volta, però, che fosse successo tutto ciò, che io l’avessi nascosta per custodirla, fu solo un’ipotesi, una mia ricostruzione, l’unica spiegazione che mi sembrò plausibile: in verità, quando la ritrovai non si attivò nessun ricordo, nessun collegamento a un fatto del passato, a un motivo per averla conservata. E non capivo: perché avrei conservato l’agendina tascabile del 1980 avendo buttato tutte quelle degli anni precedenti e degli anni successivi? Perché avrei conservato un’agendina intonsa, priva di qualunque appunto, intatta?

La risposta arrivò quando, sfogliandola meglio, scoprii una cosa che mi congelò prima e mi sparpagliò poi: una dedica, scritta con una improbabile penna rossa, mi disse che quella agendina era il regalo che mio fratello mi aveva fatto per il Natale del 1979. Ma non fu questo a congelarmi: fu che non era di mio fratello quella dedica. Quel regalo era un regalo apocrifo. Conoscevo troppo bene la grafia di mia madre per confonderla con quella di mio fratello e mi fu chiaro, allora, che quella dedica l’aveva scritta lei, fingendo di essere mio fratello.

Per un tempo che a me sembrò lunghissimo, fui risucchiato da quelle righe: perché? perché? Mi riattivai lentamente prendendo atto del fatto che mai avrei potuto sapere perché mia madre, trent’anni prima, volle scrivere quella dedica, volle fingersi mio fratello, volle credere che io potessi credere a ciò che lei voleva farmi credere. Una sola cosa mi sembrò evidente: volle sostituirsi a lui, volle fare, in suo nome e per suo conto, qualcosa che riteneva fosse giusto o necessario fare e che, forse, secondo lei, non sarebbe stato fatto. Non avrei mai saputo il perché di quel gesto ma, a quel punto, il gesto aveva superato il suo perché e mi aveva sparpagliato.

Farsi carico: spesso, quando mostrava di voler farsi carico (e nelle sue intenzioni davvero stava facendosi carico), mia madre si faceva carico e caricava se stessa e il suo carico su spalle che sentiva forti e sicure. Con quella dedica, con la sua sparpagliante riconoscibilità, mia madre si fece carico e portò con sé, come fosse terra, il peso delle sue preoccupazioni materne, di quella stessa maternità sconfinata e sconfinante di cui mi presi cura, io infinitamente più piccolo di lei, la sera in cui morì.

Il giorno in cui trovai quell’agendina scrissi, al volo, alcune righe:

Come un attacco di panico
inatteso, temuto
fulminante, eterno
interno, tutt’intorno,
senza direzione,
come un rigurgito
notturno e soffocante,
mi sale nel petto
il lutto di mia madre.

4 thoughts on “Farsi carico

  1. Bellissima e toccante testimonianza, di altissimo valore narrativo ed emotivo. Professore, la sua penna tocca le corde dell’anima. Complimenti…

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