Il figlio muto

C’era Rino Gaetano che cantava A mano a mano e c’eravamo noi due che ballavamo. Tu dicevi che bella questa canzone di Rino Gaetano e io ti dicevo Mà, non è sua, è di Riccardo Cocciante e tu alzavi le spalle come per dire vabbè. Rino Gaetano ci guardava e sorrideva compiaciuto, forse perché – pensavo – non aveva mai visto una madre e un figlio ballare in questo modo. Tu portavi il tempo con le mani e basculavi con la testa e le spalle, portavo il tempo anch’io ma ero fermo sul tronco mentre ruotavamo sui noi stessi e anche giravamo intorno. E poi ti ballavo dappertutto, come facevo quando tornavo a casa e tu stavi cucinando e mi dicevi di smetterla e invece ti piaceva ed eri contenta. Sembrava l’avessimo fatta tante volte questa danza che sembrava una danza popolare di chissà dove e invece era la prima volta che ti vedevo così plastica e mi faceva impazzire il contrasto tra il tuo volto doloroso che conoscevo così bene e questa tua energia che non avevo mai visto. E allora guardavo Rino Gaetano per capire come fosse possibile ma non capivo e più non capivo più tu diventava piccola ed io enorme.

Dammi la mano e torna vicino: mi sono svegliato pensando a quando tenevi a lungo la mia mano tra le tue e io ti lasciavo fare. Capisco oggi che mi tenevi per trattenermi, che lo vedevi bene che dentro di me io non c’ero, che vivevo in un’altra dimensione, che lì con te ero solo un prestito, che non ero capace di appartenerti, che non potevo permettermelo, che credevo di dovermi salvare. Il figlio muto la madre lo intende, mi dicevi.

E quello che è stato mi sembra più assurdo: penso a quante volte ho borbottato quando mi chiedevi di sbrigare qualche faccenda. E non parlo di quando ero ancora un ragazzino ma di quando ero già un uomo extra-extra-large e tu invece eri diventata piccolissima e di porcellana. Penso che oggi sarei felicissimo di fare ogni giorno qualcosa per te, come una preghiera operosa, come un risarcimento tardivo. Penso che dovrei chiederti scusa per ciò che sono stato, per come sono stato, ma penso anche che adesso è troppo tardi, che avrei dovuto farlo quando ero ancora in tempo per farlo. Invece che farmi, da solo, lo sconto di farlo oggi.

Questa cosa volevo scrivertela da tempo e, adesso che me l’ha portata un sogno, te l’ho scritta, ma tu non la leggerai mai: scrivo a te sapendo che sto scrivendo a me. O forse a te che sei dentro di me. E non so la differenza, non la vedo.

3 thoughts on “Il figlio muto

  1. Quando ti leggo, ti penso a quando eri giovane e provo ad immaginarti cosa facevi come vivevi, e poi provo a pensare a come ero io, quando ero giovane, e li chiudo gli occhi e mi ritrovo nel cerchio che tu mi hai fatto scoprire, e penso a quanto tu sia stato importante per me.

  2. Caro Felice, saprai che la tua mamma aveva un po’ ragione, perché Rino incise una bellissima versione di questo brano in un Q Disc del 1981, disco in cui Cocciante cantava invece Aida e insieme con i New Perigeo cantarono un pezzo inedito, mi pare “ancora insieme”…. nemmeno un mese dopo Rino ci lasciò!

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