La mischia #2 – Sbagliare il rigore decisivo

Era domenica mattina ed era, soprattutto, il diciassette luglio del novantaquattro. Avevamo improvvisato uno schermo gigante sul quale avremmo, di lì a poco, proiettato la finale dei mondiali di calcio. Mi chiamarono e mi dissero che dovevamo andare in ospedale: era morto un ragazzo ricoverato da molto tempo in pessime condizioni. Avevano chiamato noi perché eravamo le uniche persone che andavano tutti i giorni a fargli visita. Quando aveva saputo che stava male, la sua famiglia aveva deciso che lui non esisteva più. Il problema non era che stava male, il problema era che stava male perché aveva l’AIDS. Avesse avuto il cancro sarebbe stato diverso, molto diverso. Dunque quel ragazzo aveva cessato di vivere quel giorno, ma aveva cessato di esistere molto tempo prima.

Dall’ospedale bisognava portarlo via per forza e a noi, che non sapevamo dove portarlo, toccò di cercare a lungo una sistemazione: il mondo era fermo e non solo perché era il giorno della finale, era anche domenica mattina e non conviene morire di domenica mattina se sei solo. Morire il giorno della finale, poi, è proprio sbagliato. Quando rientrammo era terminato il primo tempo ed anche l’entusiasmo per l’evento sportivo. Quando Baggio sbagliò il rigore ci guardammo e stabilimmo all’unanimità che c’erano stati giorni migliori.

Quella notte sognai che quel ragazzo non si era spento molto lentamente (forse troppo lentamente) ma si era tolto la vita impiccandosi: cercai qualcosa in quel sogno e mi dissi che, siccome il suicidio copre tutti i ricordi precedenti perché gli altri ti ricordano solo per quell’ultimo gesto, forse nel mio sogno lui aveva preferito essere ricordato per aver scelto di abbandonare piuttosto che per essere stato abbandonato. La mattina dopo partecipammo, come sparuti cirenei, a un tipo di rito funebre al quale eravamo abbastanza abituati: il rito della separazione dalla propria solitudine, il rito col quale si abbandona, appunto, la propria condizione di abbandonato.

Questa storia della finale dei mondali del ’94 l’abbiamo ricordata a lungo e raccontata tante volte, perché la coincidenza del rigore sbagliato e della partita persa avevano reso epica una situazione che, in fondo, non era granché originale: ne abbiamo visti altri di funerali, tristi come la vita che li aveva preceduti. Questa era la mischia, in fondo. E se c’è una cosa che la mischia mi ha insegnato è che si può morire tenendosi per mano e si può morire da soli, e che questo è il saldo finale di una contabilità scritta a più mani, alcune visibili, alcune invisibili.

Molti anni dopo quel rigore sbagliato, si tolse la vita un mio amico fraterno: avevamo fatto talmente tante cose insieme che mi stupisce che io tuttora, di lui, continui a ricordare innanzitutto che si è tolto la vita e solo dopo, e non sempre, le altre cose. Quando seppi che aveva scelto di andarsene mi si tapparono le orecchie e la tristezza mi sparpagliò dappertutto tappandomi la bocca. Eppure, in quello stato quasi confusionale, io non pensavo a lui: pensavo ai suoi figli e pensavo che si può morire abbandonati e si può morire abbandonando. Il mio amico aveva cessato di vivere, ma avrebbe continuato ad esistere, male e ancora a lungo, nel ricordo di chi era stato abbandonato.

Una notte sognai di avere tra le mani un lungo cordone ombelicale che terminava con un nodo scorsoio. Quando fui sveglio cercai qualcosa in quel sogno e non ci trovai nulla che potesse essermi utile. E allora presi un appunto che conservai a lungo e rilessi ogni tanto senza mai trovarci nulla. Mi è tornato in mente oggi che sto scrivendo di gente cui è stata tolta l’esistenza e di gente che si è tolta la vita. E di cordoni ombelicali.   

(L’immagine a corredo dell’articolo è di Cdd20 su Pixabay)

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