Rende possibile il pianto

Quando Roberto Vecchioni scrisse “Ma chi lo dice ai figli / Che ho paura di cantare e di volare / E che volare è facile / Ci vuol più fantasia per camminare” avevo due figli (e almeno altri due bambini, o forse tre, erano nati in quella nostra famiglia che era un covo di varia umanità) e una paura tagliente e persistente, di cui mai feci mistero, di affacciarmi al balcone di casa nostra che era al settimo piano.

Quando Lorenzo Jovanotti scrisse “La vertigine non è / Paura di cadere / Ma voglia di volare” avevo tre figli e nessun dubbio sul fatto che la vertigine è paura di cadere e basta.

Un giorno mio figlio, avrà avuto quattro o cinque anni, mi chiese di salire con lui su una giostra: bisognava sedersi insieme su un doppio sedile e tirare insieme una corda per salire in alto di pochi metri. Avrei dovuto declinare l’invito e, infatti, quando mi sedetti sulla giostra ero già pentito di averlo fatto. Quando fummo a non più di tre metri da terra dissi che volevo immediatamente scendere e a nulla servirono il suo tentativo di aiutarmi a razionalizzare la situazione, spiegandomi che era una giostra sicura e che saremmo scesi dopo pochissimi minuti, o gli sguardi di disapprovazione e sdegno di tutti i figli e i papà del mondo che il destino aveva collocato sotto la nostra giostra. Neanche servì il suo perentorio «Che palle, papà!». Ovviamente fui, nei minuti successivi e nella mia più totale indifferenza, simpaticamente deriso da tutta la famiglia allargata, ragazza del pullman compresa.

Ho raccontato spesso questo episodio, e tantissimi altri, per ridere di me e della mia epica inadeguatezza. E spesso mi sono sentito dire che avrei fatto bene a fingere, che così facendo avrei rovinato la mia immagine agli occhi dei miei figli.

Questo rimprovero bonario, che in genere mi arriva da persone adulte, fa parte dell’enciclopedia popolare dei luoghi comuni sull’educare e sulla genitorialità. Luoghi comuni fondati su una antica e quasi sempre inconsapevole sapienza: quando ci si riferisce all’immagine e alla relazione, ci si riferisce, che lo si voglia o meno, al principio di autorità! Perché non esiste immagine o relazione genitoriale, e più in generale educativa, che non attinga sé stessa da una qualche rappresentazione di un principio di autorità e che non implichi, a valle di sé stessa, l’attuazione di una qualche forma o di un qualche stile di autorità (e dunque quel rimprovero bonario è un rimprovero al mio modo di esercitare l’autorità e solo indirettamente al mio modo di educare).

Il genitore autarchico, ad esempio, ha sé stesso come unica fonte di autorità. Attinge la legittimazione di sé e la legittimità delle sue scelte esclusivamente nel suo pensiero e nel suo intestino: è lui la scaturigine e la destinazione del principio di autorità che da lui promana. L’inesistenza di qualunque fonte terza, orale o scritta che sia, esclude qualunque possibilità di confronto: non esiste lo scrupolo della coerenza. Lo spiega Franz Kafka in Lettera al padre: “La tua fiducia in te stesso era tale che non avevi neppure bisogno di essere coerente, senza per questo smettere di avere ragione”. E ancora: “Tu eri avvolto per me dall’enigma di tutti i tiranni, il cui diritto è fondato sulla loro persona e non sul pensiero”. Il genitore descritto da Franz Kafka è un tiranno, è un sovrano familista pericoloso perché privo di qualunque riferimento che non sia l’angolo ottuso nel quale è racchiusa l’ambizione enorme di un sé grandioso.

C’è sempre una terza parte, invece, nella relazione tra il genitore autoritario e il figlio, oggetto della sua autorità: un modello, una tradizione, un testo, un riferimento dal quale l’autoritario attinge la sua autorità (in assenza del quale sarebbe autarchico) e grazie alla quale vive di luce riflessa. La terza parte sta anch’essa nella relazione ed è il perno intorno al quale ruota il triangolo. L’opacità, il vuoto, la rigidità, la tendenza all’escalation, l’escamotage della paura e poi anche la vigliaccheria, l’uso sadico della forza con i deboli e l’uso servile della debolezza con i forti: quello autoritario è lo stile genitoriale, anche e soprattutto della genitorialità dei ruoli istituzionali, immersa nel quale è cresciuta la mia generazione.

Ma quando la terza parte, il perno intorno al quale ruota il triangolo, illumina e mette in movimento un’autorità credibile, congruente, competente, flessibile, agita da una persona che ha voglia di imparare e che è capace di mettere in discussione se stesso ed anche la terza parte, la genitorialità è autorevole: è la genitorialità dei maestri che non abbiamo più dimenticato.

C’è poi una quarta possibilità del principio di autorità, una possibilità che da sola non può farsi stile, ma che sempre può fare la differenza: è la possibilità dell’autenticità. L’autenticità non è di per se stessa una forma positiva e produttiva ma può esserlo quando interagisce con l’autorevolezza. Può esserlo, dico, perché non è scontato che lo sia, potendo anche essere usata male o sfuggire di mano. È come un farmaco i cui benefici sono certi ma che deve essere usato con attenzione, solo in certi casi e in certe dosi e che può avere effetti collaterali. Può essere distruttiva, e quasi sempre lo è, quando interagisce con l’autoritarismo. L’autarca è per definizione autentico (e questo dimostra quanto possa essere dannoso anche un farmaco efficace): l’autenticità del genitore autarchico è patologica, inquietante per via dei suoi contorni ambigui.

Ho sperato e creduto a lungo di saper intingere la mia genitorialità, quella reale e quella di ruolo, nel contenitore dell’autorevolezza. Ho poi imparato sulla mia pelle che l’autorevolezza è nulla senza l’autenticità (come la potenza, che è nulla senza il controllo). In dosi diverse, si intende: più autorevolezza che autenticità. Ho visto che la mia autenticità ha moltiplicato la mia autorevolezza e che, in certi casi e a certe condizioni, mi ha reso autorevole anche quando non lo ero. Ho imparato dai miei maestri che l’autoironia è autorevole autenticità e autentica autorevolezza. Ho visto che un padre capace di piangere rende possibile il pianto, lo rende legittimo, rende legittime tutte le emozioni, racconta che quelle emozioni anche il padre le ha vissute e sempre le vive. Ridefinisce l’idea di fragilità e dice che è essenziale: non un limite, non una ferita, non una inferiorità.

La predisposizione all’autenticità ha reso i miei errori, l’idea di poter sbagliare, più tollerabili a me stesso. E forse mi ha reso più libero. Perché mi sento più libero quando so stare con la mia dolorosa imperfezione. Mi perdo, invece, quando mi metto dolorosamente alla ricerca di un’impossibile perfezione.

L’immagine a corredo dell’articolo è di Gjorgji Lichovski (European Pressphoto Agency) e ha vinto il Premio Lucchetta 2016.

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