La ragazza del pullman

IMG_E0262Nella primavera del 1985 prendevo tutte le mattine il pullman che da Trani mi portava a Corato, dove lavoravo con Aldo e Tommaso alla distribuzione degli elenchi telefonici. Sul mio stesso pullman viaggiavano gli studenti e le studentesse dell’Istituto d’Arte e tra queste una ragazza che a me piaceva molto. Ogni giorno, quando il pullman arrivava nei pressi della sua fermata, mi sporgevo verso il finestrino per accertarmi che ci fosse. Aver viaggiato insieme per molte settimane, pur senza averle mai rivolto la parola, aveva creato in me una fantasia di vicinanza che non aveva ragione di esistere ma cui, pure, mi ero affezionato. Terminarono quei viaggi sullo stesso pullman e non la vidi più. Due anni dopo, ad aprile del 1987, mentre conducevo un incontro con una platea di ragazze e ragazzi, la vidi in sala. Decisi di fare un piccolo imbroglio e feci in modo di farla capitare “per caso” nel sottogruppo che conducevo io. Il giorno dopo venne a trovarmi nella comunità in cui vivevo e non andò più via.

Adesso che sono passati trentatré anni, la guardo e mi capita di vedere ancora la ragazza del pullman che mi piaceva tanto e che oggi mi piace di più. Adesso che gli anni che abbiamo davanti a noi sono meno di quelli che abbiamo trascorso insieme, la guardo e mi capita di avere la sensazione che siano passati pochi giorni da quel piccolo imbroglio e da quello che ne seguì. Mi sembra di non ricordare nulla di tutto ciò che è stato, di vivere in un eterno ingombrante presente, in una dimensione spaziotemporale a espansione rapida, a saturazione perfetta. Come un torcicollo della storia che mi impedisce di guardare indietro.

Eppure, nonostante questo impedimento, vedo chiaramente quanto siamo cambiati: quanto sono migliorato io grazie a lei e quanto è migliorata lei, la ragazza del pullman, nonostante me. Dove saremmo oggi senza la sua pazienza? Dove ci avrebbero portati i miei lunghi silenzi?  Per anni, in una sorta di apnea esistenziale, abbiamo vissuto immersi nel mare amniotico di una umanità che cercava disperatamente un punto di riferimento, radicati nella realtà di una casa placenta che ha incubato molte vite. Lei con la sua spontanea vocazione al bene, rabdomante del meglio, io col mio ostinato bisogno di sentirmi sempre a disagio e fuori luogo. Siamo cresciuti, per colpa mia, senza mai davvero completarci. E questo ha reso tutto più faticoso, ma forse ci ha salvati dandoci una prospettiva, mettendoci in una favorevole condizione di debito nei confronti dell’umanità.

Adesso che il tempo e il disincanto lavorano per noi rallentando il ritmo e aumentando il silenzio, la guardo e mi capita di pensare che uno di noi non ci sarà più. Come quando mi sporgevo verso il finestrino per cercarla alla fermata e lei non c’era. Come quando io non prendevo quel pullman e immaginavo lei notare la mia assenza. Ed esserne dispiaciuta. Uno di noi non ci sarà più: è questa la definizione di vuoto.

4 thoughts on “La ragazza del pullman

  1. Grazie Felice, a te e a Francesca…
    Il.mondo è più bello pensando a persone come voi.
    Un abbraccio forte forte
    Emanuela e Giovanni dalla Contina

  2. La ragazza del pullman è una poesia d’amore a quella donna, è una dichiarazione sulla bellezza degli incontri, delle possibilità, della vita. A “chi di noi non ci sarà più” non ci voglio proprio pensare, tutto può accadere, ma per me, per te, per lei, e per molti altri, è ancora troppo presto.
    Molto bello, grazie.

  3. La ragazza del pullman è una poesia d’amore a quella donna, è una dichiarazione sulla bellezza degli incontri, delle possibilità, della vita. A “chi di noi non ci sarà più” non ci voglio proprio pensare, tutto può accadere, ma per me, per te, per lei, e per molti altri, è ancora troppo presto.
    Molto bello, grazie.

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