La mischia #3 – Posso chiudere la porta?

Una mattina mi svegliai prima del solito e, uscito in pineta, vidi che nei pressi del pagliaio era seduto qualcuno che, con ogni probabilità, c’aveva dormito dentro. Mi avviai in quella direzione e, giunto a poche decine di metri, ebbi la conferma che si trattava della persona che avevo immaginato. Mi sedetti di fianco e parlammo per pochissimi minuti. È difficile ammettere di aver fatto una cazzata, è ancora più difficile tornare avendo la certezza di sentirsene dire di ogni. Ci avviammo verso la casa e io suonai la campana che interrompeva qualunque cosa si stesse facendo, la campana che diceva «Venite!». Non c’era molto da interrompere perché ci si stava preparando per la colazione e quindi, nel giro di pochi minuti, eravamo tutti in cerchio nella casetta di legno. Quella volta, quando in piedi chiudemmo il cerchio, fu proprio lui a chiedere di poter custodire le parole e furono tutti d’accordo, perché era tornato.

Quella di custodire le parole era una responsabilità che qualcuno doveva prendere. Alla fine del cerchio, uno si proponeva chiedendo «Posso chiudere la porta?», poi usciva per ultimo, teneva la chiave e si impegnava a fare una cosa impossibile: custodire tutte le parole che in quel cerchio erano state dette. Il fatto che ci fosse sempre qualcuno che voleva custodire le parole sue e degli altri, anzi: il fatto che ogni volta più d’uno si proponeva e che ogni volta bisognava discutere per decidere chi era il custode, era una meraviglia del possibile. Induriti dal pragmatismo estremo della mischia, eppure capaci di vedere chiaramente il senso e la serietà di quel compito e di quel gesto e di mettere, su di esso, una intenzione personale. La disabitudine ad argomentare, rendeva spesso quella intenzione ancora più inesplicabile: fiducia, c’era tanta fiducia, sicuramente, ma anche tanta chiarezza interiore che può ancora fare a meno delle parole.

Era chiaro a tutti che dicevamo “parole” ma stavamo dicendo tante altre cose, che stavamo parlando di tutte le cose che possono stare dentro e dietro le parole dette in un cerchio. Ma anche dentro e dietro le parole non dette. Perché, tra le parole che ci si impegnava a custodire, c’erano anche quelle pensate. E anche quelle che non erano ancora state pensate e che forse sarebbero arrivate o forse non sarebbero arrivate mai. Le parole dette e le parole possibili hanno lo stesso grado di aleatorietà.

Mi appassionava, in quel tempo, la certezza di fare qualcosa di speciale: in quel tempo, e in quel cerchio soprattutto, il tempo stava pieno di sé. E creava una bolla che rendeva possibile la meraviglia di vivere intensamente. Confesso che ho vissuto: comprai questo libro di Neruda per ricordarmi di fare a me stesso la stessa confessione, nel momento della fine e dei bilanci.

Molti anni dopo aver chiuso per l’ultima volta quella porta senza sapere che sarebbe stata l’ultima, continuo – grato fino alla commozione a me, alla vita e al caso – a confessare a me stesso che ho vissuto. Ma ho imparato, nel frattempo, che avendo vissuto intensamente, essendo stato parte di qualcosa di speciale, sono caduto in una trappola: ho creduto, per essere stato parte di qualcosa di speciale, di essere speciale. Per anni mi ha inseguito inutilmente, senza che io me ne accorgessi, e infine per fortuna mi ha raggiunto, la consapevolezza della mancanza, in me, di qualunque forma di specialità che non fosse l’essere, io come tutti gli altri, miseramente unico e inutilmente irripetibile, finito e finibile. Per questo mi sento libero.

2 thoughts on “La mischia #3 – Posso chiudere la porta?

  1. Caro Felice, sempre mi colpisce la tua capacità di dare voce ai quesiti di ognuno con grande generosità… l’ebrezza e la gratificazione che ci viene offerta dal lavorare per e con le persone ritorna anche una grande responsabilità. Credo che ogni cerchio perché possa dirsi compiuto deve chiudersi. Quel sentimento ultimo, e in special modo ad un certo punto della nostra esistenza, che si affaccia talvolta confondendoci può essere frainteso e letto come una sorta di de-motivazione o quasi un disimpegno penso invece possa essere una riconciliazione con il nostro desiderio più intimo di esserci ed essere visti. Mi capita di pensare che forse non è un ri-dimensionamento del nostro io fra tutti e come tutti ma una sorta di pacificazione che penso/spero non si sarebbe resa evidente se questo percorso non fosse stato intrapreso.

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