Mai la roba, mai.

Sognai che uscivo di casa e per strada non c’era nessuno e per questo mi spaventavo quando, nello specchietto retrovisore, vedevo un’utilitaria grigia incollata dietro di me. Giravo a destra e l’auto dietro di me restava incollata, dandomi il fastidio che mi danno quelli che guidano in quel modo. Giravo a sinistra, sperando di staccare dal cofano posteriore l’auto che vi si era incollata, e quella invece restava incollata aumentando il mio nervosismo. E così faceva girando a destra e poi intorno alla rotonda e poi sul cavalcavia sul quale acceleravo per immettermi con un sospiro di sollievo sulla rampa della statale ma il nervosismo si trasformava in ansia, perché l’utilitaria grigia era ancora incollata dietro di me, e produceva il sospetto che lo facesse apposta e per questo cercavo di vedere chi fosse ma non riuscivo neanche a capire se fosse un uomo o una donna, nonostante mi fosse vicinissimo. Ovviamente, mentre l’ansia aumentava, prendeva insieme a me l’uscita della statale, imboccava la provinciale nella mia stessa direzione e la percorreva alla mia stessa velocità nonostante io andassi pianissimo per lasciarmi sorpassare.

A questo punto del sogno ebbi, come mi capita spesso, un brevissimo risveglio durante il quale mi imposi inutilmente di cambiare sogno, visto che mi stava mettendo un’ansia esagerata, ma come ogni volta l’auto-imposizione fu inutile: quando ricominciai a sognare stavamo imboccando la rampa che immette sulla tangenziale. Poi la prima grande rotatoria con la mia svolta a sinistra, la seconda grande rotatoria con la mia svolta a destra e il rettilineo: a quel punto sapevo che pochissime centinaia di metri dopo io sarei arrivato e avrei parcheggiato a destra nel primo posto utile e se avesse parcheggiato anche lui (o anche lei?), allora sarebbe stato il colmo. La mia ansia diventava definitivamente angoscia quando vedevo che parcheggiava proprio dietro di me e a nulla serviva tentare di tranquillizzarmi dicendomi che a volte le coincidenze possono essere incredibili ed anche ricordami che tanto era un sogno e non poteva capitarmi nulla di brutto. A quel punto il sogno faceva un salto in avanti: io ero nei pressi del portone e avevo le chiavi in mano e, prima di infilarle nella serratura, notavo un nuovo citofono eccessivamente vistoso sul quale era scritto IN LEVARE. Pensavo infastidito che questa novità non era stata autorizzata e, nello stesso momento, mi accorgevo della sua presenza dietro le mie spalle e mi prendeva un’angoscia enorme e mi chiedevo come avrei fatto a tenere sotto controllo quell’angoscia, tenere sotto controllo, ecco, sempre questa l’ossessione, mi dicevo, tenere sotto controllo, ma perché non dovrei tenere sotto controllo l’angoscia, rispondevo a me stesso, e nel mentre di tutto questo pensare eravamo già sulle scale. Vedevo che in alto la porta era chiusa e capivo che in tutta la struttura c’ero solo io e mi ricordavo che all’inizio del sogno la strada era deserta ed anche pensai, però, che a quel punto potevo chiedere dove stesse andando e chi fosse.

Non ho memoria, nella veglia del poi, di aver fatto, nel sogno, alcuna domanda: ricordo solo la risposta, stupita e composta, dalla quale fuggii svegliandomi con un inizio di sudore, ma anche con quella sensazione di scampato pericolo che solo certi risvegli possono dare.

Nel giro di pochi secondi smaltii le scorie emotive del sogno e scommisi con me stesso che erano tra le tre e le tre e un quarto di notte: erano le tre e venti. È facile indovinare quando, per un motivo o per l’altro, ci si sveglia spesso proprio intorno a quell’ora.

Come faccio sempre, mi misi seduto sul letto poggiando la schiena contro il muro, presi uno di quei libri che passano gran parte della loro vita sul comodino, lo aprii alla pagina in cui finivano i miei appunti, spostai lo sguardo più in alto del libro, cominciai a fissare un punto nel buio e mi chiesi come sarebbe stato il giorno in cui i miei figli mi avrebbero mostrato il libro dei conti famigliari, nel quale c’è la colonna delle entrate e quella delle uscite, la colonna dei debiti e quella dei crediti. Non c’è bisogno di guardarlo, pensai, so di aver peccato in pensieri, in parole, in opere e in omissioni, so che per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa non ho aggiornato il libro dei conti, non ho rimesso i debiti, mi sono perso nella tentazione, non ho onorato il padre e nemmeno la madre, ho desiderato la donna d’altri (mai la roba, mai).

Per uscire da questo loop, chiusi il libro che, come al solito, non avevo neanche iniziato a leggere e dissi (a chi? a me stesso?) che non avevo voglia di discutere, che discutere mi esaurisce e mi sparpaglia, che mi sembra inutile lo sforzo di arrampicarmi sugli specchi senza neanche essere convinto di essere completamente in debito, che non ho neanche voglia di sapere se sono in debito, che non ho voglia di sapere. E mi sembrò, ma non ne sono certo, di sentire davvero, fisicamente, la leggerezza che avrei provato se mi fossi costituito, se avessi ammesso a priori i miei debiti, se avessi chiesto di non sapere neanche quali fossero le voci, se avessi chiesto di avvalermi della facoltà di non sapere. E di non capire.

Immaginai, allora, cosa ciascuno dei miei figli avrebbe fatto del proprio credito, come avrebbe disposto del mio debito, con quali parole avrebbe indicato la fine dei conti, dei nostri conti, e nulla di ciò che immaginai mi turbò. Ripensai allora, da un’altra prospettiva, al sogno che mi aveva angosciato e alla mia angoscia: non era lui che mi inseguiva! Ero io che fuggivo. Ero io che non capivo che stavo fuggendo, che fuggivo una fuga inutile e amara, come quella che si fugge quando si fugge a Samarcanda. Se mi fossi fermato, se avessi guardato, se avessi camminato a fianco, avrei potuto chiedere, avrei potuto ascoltare, avrei potuto capire.

(L’immagine a corredo dell’articolo è di Cdd20 su Pixabay)

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