La soluzione è all’ultima pagina

«Beato te che sai qual è lo scopo della tua vita!» mi ha detto un amico, dopo aver letto il mio ultimo pezzo. E ha continuato: «Io non riesco ad ammettere a fuoco il fine della mia vita…». Un attimo, gli ho detto, io non ho scritto nulla sul fine della mia vita, ho scritto una cosa sullo scopo della mia vita. E qui già sapevo che ne sarebbe venuto fuori un altro pezzo. Ed eccolo.

Non starò qui a fare il gioco delle tre carte con le parole dicendo che scopo e fine non sono la stessa cosa. È chiaro che lo sono. Però, vuoi mettere la possibilità di avere una seconda chance? Disporre di due parole significa poter disporre di due possibilità. Due possibilità che viaggiano su due parole. Va da sé che la ricchezza e la salute di una persona, di una famiglia, di una comunità, di un popolo, di una terra, di una cultura, dipendono dalla quantità di possibilità di cui dispongono ed anche dalla quantità di parole di cui dispongono. Va da sé che spesso questi due indicatori si implicano a vicenda: tante possibilità portano tante parole e tante parole portano tante possibilità.

In questo mio caso specifico, come dicevo, queste due parole, scopo e fine, non sono alternative una all’altra e neanche stanno tra loro in una relazione priva di differenze, bensì sono complementari e, dalla prospettiva in cui mi pongo, una sta un po’ più avanti e l’altra sta un po’ più indietro: concretamente, lo scopo della mia vita precede il fine della mia vita, nel senso che lavora per lui, lo predispone e lo apparecchia.

Insomma, se la domanda fosse stata «Qual è il fine della tua vita?» non avrei avuto bisogno di ammettere a fuoco nulla perché il lavoro di ammettere a fuoco la risposta a questa domanda l’ho già fatto a suo tempo e, dunque, niente un-due-tre-stella ma una risposta immediata: «Il fine della mia vita è la fine».

La morte conta ed è l’unica che sa contare davvero: conta la distanza, nel tempo e nello spazio, tra ciascuna cosa e il suo senso, misura cioè la dimensione reale di ogni cosa e le cose piccole le fa diventare grandi e le cose grandi le fa diventare piccole. Senza consapevolezza della morte non ci può essere prospettiva, senza educazione alla morte non ci può essere educazione alla vita, senza ombra non ci può essere sguardo. Nella morte la fine e il fine si equivalgono, finalmente. È per via della morte che si dà uno scopo alla propria vita: lo scopo è al servizio del fine.

La morte, soprattutto, è un’istruzione per l’uso. Come in quelle riviste di enigmistica che in ultima pagina, a volte stampate al contrario, hanno tutte le soluzioni, hanno tutte le spiegazioni, e uno si impone di non andare a sbirciare e vuole risolvere da solo tutti i rompicapo. E invece, la morte è un’istruzione per l’uso che si può, che si deve, consultare ripetutamente, è il codice senza il quale è impossibile decriptare il senso delle cose. È un’istruzione per l’uso che a me ricorda ogni giorno che c’è grande differenza tra vivere ed esistere, perché si smette sicuramente di vivere ma quasi sempre non si smette di esistere quando si smette di vivere. Ed è proprio perché vorrei continuare ad esistere anche dopo la morte, che lo scopo della mia vita è costruire qualcosa: per continuare ad esistere nella memoria di qualcuno e nelle parole che restano, perché non ho alcun timore di morire, ma ho molta paura di non esistere.

3 thoughts on “La soluzione è all’ultima pagina

  1. Caro Felice, ho avuto la fortuna di ascoltarti ad un convegno tempo fa alla scuola ATc di Milano e ogni volta ritrovo il piacere di leggerti in questi articoli. Grazie della ricchezza che proponi e del sapiente segno che stai lasciando. Il tuo scopo c’è in ogni traccia. Lorena

  2. Grazie,
    anche per chi, come me, non vuole continuare a esistere, la morte è “un’istruzione per l’uso che si può, che si deve, consultare ripetutamente, è il codice senza il quale è impossibile decriptare il senso delle cose”, anche se il mio senso delle cose è diverso dal suo.
    Leggerla è spesso una bella esperienza: mi restituisce fiducia nelle potenzialità del linguaggio .. ma meglio di me l’ha sintetizzato Armando

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