La mischia

Ho trascorso gran parte degli ultimi quaranta anni nel centro della mischia. Una piccola parte di questi, l’ultima, l’ho trascorsa nelle retrovie, a volte sul confine, ma sempre osservando ciò che succede nella mischia, e dando qualche indicazione. Non sono mai riuscito a girarmi dall’altra parte, neanche quando lo promettevo a me stesso.

La mischia è un posto faticoso, logorante: mentre ti nutre ti consuma, è un paradosso, una dipendenza sine substantia, che quando te ne accorgi è troppo tardi. Un giorno ero giovane e forte e il giorno dopo avevo passato una vita intera nella mischia e, se potessi tornare indietro, non lo rifarei.

Negli anni ottanta e novanta erano principalmente l’eroina e l’AIDS, negli anni successivi l’imbarazzo della scelta, comprese l’eroina e l’AIDS passate in ritardo a ritirare il dovuto, tanti si sono tolti la vita. Quale che fosse la causa, sulla mia strada, nei miei giorni e nelle mie notti, è morta così tanta gente che, se ci penso, perdo le parole. È questa una delle ragioni, solo a me nota, dei miei lunghi silenzi: del resto, perché dirlo? cosa dire? come dirlo? Nel vuoto apparente del silenzio c’è il pieno di ciò che è indicibile, di ciò che non può e non deve essere detto. La morte esige il silenzio. Non c’è parola adeguata, parola che possa reggere il confronto. Non c’è parola.

Cosa si può dire, ad esempio, ai genitori di chi non c’è più? Sarà che quella del figlio o della figlia è stata la morte più ricorrente in questi quaranta anni, sarà per questo che, quando penso alla morte che mi ha accompagnato lungo la strada, penso a un genitore che non ha una parola per dirsi: la nostra lingua ha una parola per dire chi ha perso il marito o la moglie, per dire chi ha perso il padre o la madre, ma non ha una parola per dire chi ha perso un figlio o una figlia. Non c’è parola. La morte esige il silenzio e perde le parole.

Una volta, a Corinaldo, come tante altre volte altrove, incontrai alcuni genitori che avevano perso un figlio o una figlia e una mamma mi disse che, lei, una parola l’aveva trovata per dire di sé. La parola era amputata. E la spiegazione va da sé: le sembrava che le avessero amputato un pezzo del suo corpo, un arto, forse la testa, più probabilmente il cuore.

Durante il viaggio di ritorno pensai a lungo a quella parola, pensai al vissuto che l’aveva generata e al tentativo, per il tramite di una parola, di comprendere la perdita, il senso della perdita, la sua direzione. Pensai e ripensai. Cercai di sentire, di comprendere. Di condividere. Ma non ci riuscii.

Chi non darebbe un arto per la vita di un figlio o di una figlia? Chi non darebbe il cuore e la testa? Mi sembrò vano quel tentativo di darsi una parola: necessario, certo; legittimo, lo capisco. Ma vano: non c’è parola, perché non può esserci parola, perché, di ciò che non si può dire, si deve tacere.

Indicibile: che non si può e non si deve dire. Inaudibile: che non si può e non si deve sentire.

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