Parlare mi tocca

Ieri ho inventato un’espressione, ammettere a fuoco, per descrivere ciò che stavo facendo in quel momento: riflettevo sulla possibilità di ammettere a me stesso una cosa (non riflettevo sulla possibilità che, in assoluto, io potessi ammettere a me stesso una qualsiasi cosa, ma sulla possibilità che io potessi ammettere a me stesso quella specifica cosa) mentre cercavo anche di mettere a fuoco proprio quella cosa. Per decidere se ammettere effettivamente a me stesso quella cosa, bisognava che prima la mettessi a fuoco per bene, altrimenti avrei ammesso a me stesso una cosa che non avevo bene a fuoco. E, al contrario, non avrebbe avuto senso neanche lo sforzo di mettere a fuoco quella cosa se non ero sicuro riguardasse proprio me. Adesso che ci penso, mi piace il fatto che le cose debbano prima essere ammesse a fuoco: non tutte le cose meritano di essere messe a fuoco, alcune bisogna ignorarle, e poi c’è un tempo per ogni cosa, anche per quelle che crediamo importanti.  

E quindi mi spostavo ripetutamente tra me e quella ipotesi di me, facendo il tipo di fatica che sempre faccio in casi come questo: ogni volta che sposto lo sguardo da una parte (per esempio su di me), l’altra parte (per esempio l’ipotesi da mettere a fuoco) cambia, ma non cambia autonomamente o senza motivo, bensì cambia proprio perché l’ho messa in relazione con l’altra parte. E così all’infinito. È come se, posizionandomi al centro, volessi giocare a un-due-tre-stella nello stesso istante su due campi opposti e volessi controllare contemporaneamente una parte e l’altra, ritrovandomi a constatare ogni volta che l’assetto di ciascun campo è cambiato.

«Ammetto a fuoco», ho detto al mio interlocutore: stavo pensando contemporaneamente due cose diverse, «Ammetto che eccetera» e «Ho messo a fuoco che eccetera», e avevo fretta di riferirle entrambe e allora i pensieri e i discorsi si sono accavallati e le due tracce si sono incastrate l’una nell’altra, creando una espressione nuova, come quando, al termine di una operazione di recovery di una memoria esterna danneggiata da un virus, il mio software montò arbitrariamente pezzi di Almodovar con pezzi di Özpetek e creò, con ciò che aveva, un nuovo film.

«Ammetto a fuoco», ho detto, e nello spazio (non breve per via dello stupore per la nuova espressione e per il suo conseguente insight) tra la crasi e il complemento oggetto, dunque prima di dire cosa stavo per ammettere a me stesso e cosa avevo messo a fuoco, ho deciso che oggi avrei scritto un pezzo su questa storia di ammettere a fuoco e che d’ora in poi avrei usato questa nuova espressione nel lavoro e nella vita.

«Ammetto a fuoco», ho iniziato di nuovo la frase, ma questa volta usando consapevolmente questa nuova espressione, come un vero e proprio strumento esplicativo a mia disposizione.

«Qual è lo scopo della tua vita?» era la domanda.

Un-due-tre-stella, un-due-tre-stella, un-due-tre-stella e poi: «Ammetto a fuoco che lo scopo della mia vita è costruire qualcosa». A un livello superficiale, in realtà, lo scopo della mia vita è mantenermi in vita. Ma a parte questa doverosa citazione di Laborit, nei confronti del quale sono in debito perché ha dato dignità scientifica e metodologica alle tante fughe della mia vita, il vero scopo della mia vita è costruire qualcosa. E, pensandoci, ammetto a fuoco che gli unici materiali da costruzione che conosco sono le relazioni e le parole. Anzi: solo le parole, perché, in assenza delle parole le relazioni non esistono (in quanto sarebbero indicibili e impensabili).

Un-due-tre-stella, un-due-tre-stella, un-due-tre-stella e faccio un salto logico: «Ammetto a fuoco che sin da quando ero bambino ho sentito che la mia vita serve a qualcosa solo se riesco a toccare qualcuno». Non c’è reciprocità in questo toccare, non c’è restituzione, e neanche necessità di vicinanza. Perché il toccare che è il mio scopo, è toccare con le parole. E le parole si muovono in una dimensione che non occupa spazio, che non esaurisce tempo.

Toccanti. Che bella questa caratteristica, questa funzione, che possono avere alcune parole. A me piace molto essere toccato da parole toccanti altrui, ma di più mi piace toccare altrui con parole toccanti mie. Forse perché una parola, anche una sola parola, può toccare una infinità di persone senza consumare alcuna parte di sé, anzi moltiplicando il suo senso. Forse perché le parole sono l’unica cosa che ho e quando ero bambino mi facevano sentire libero e utile: con le parole mi sembrava di poter costruire e decostruire qualunque cosa. Soprattutto mi sembrava che con le parole potevo essere di aiuto per qualcuno nel mondo, per chiunque in qualunque mondo, in quello mio ristretto o in quello mio sconfinato, che sempre mio era: una volta, ad esempio, ammisi a fuoco che mi sarebbe piaciuto, da grande, fare il lavoro di chi dà un nome alle cose e, se ripenso alla mia vita, mi sembra di esserci a volte riuscito.

Come adesso, che ho inventato questa cosa di ammettere a fuoco e subito ho pensato che con queste parole potevo toccare qualcuno. Come adesso, che penso che mi piacerebbe che un giorno qualcuno, magari qualcuno che non conosco, mi dicesse che ha ammesso a fuoco una cosa importante per sé e che questa espressione, nuova e inutile, è servita a qualcosa.

(Photo by Alexandra on Unsplash)

2 thoughts on “Parlare mi tocca

  1. Pingback: La soluzione è all’ultima pagina | CURACULTURA

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...