Io, tu, Kobe Bryant e Roberto Vecchioni

Ho sognato che io, Kobe Bryant e Roberto Vecchioni ti aspettavamo alla stazione. Non sapevamo a che ora saresti arrivato ma avevo paura di non essere presente quando saresti arrivato, e per questo avevo chiesto di andare comunque lì ad aspettarti: a Kobe Bryant questa circostanza non creava problemi, aveva una espressione magnetica, serena e disponibile, Roberto Vecchioni, invece, aveva una espressione del tipo “non ha senso, ma fa niente perché ci conosciamo da tanto tempo e ne abbiamo fatte di cose insieme”.

Kobe Bryant parlava in un inglese strettissimo che io ovviamente non capivo, ma per fortuna, da un lato all’altro del sogno, all’altezza del suo petto, scorrevano i sottotitoli. A me dispiaceva non poterlo guardare negli occhi mentre parlava, perché sapevo che era morto e come era morto (e però non trovavo strano che fosse lì con me ad aspettarti) e allora un po’ lo leggevo e un po’ lo guardavo.

A un certo punto (non ricordo cosa stava dicendo, forse di non preoccuparmi per lui) la stazione dei treni era diventata una stazione dei pullman e noi eravamo negli Stati Uniti. Allora, preoccupato perché il tuo treno non poteva certo arrivare fino lì, ti scrivevo un messaggio per aggiornarti su ciò che stava succedendo e lo leggevo ai miei compagni di sogno.

Il testo del mio messaggio era questo: parlano tutti, ma non dicono parole, le loro cose non diventano parole: mi manchi tu, mi mancano le tue parole…

Roberto Vecchioni, sentito il testo del messaggio, batteva una mano sulla mia spalla e – fissandomi negli occhi con uno sguardo dolce ma severo – mi diceva che, primo, quel messaggio non aveva senso perché non aveva nulla a che fare col problema della stazione e degli Stati Uniti e, secondo, quelle parole erano sue, del Libraio di Selinunte, e io “dovevo metterle a posto”.

Kobe Bryant, allora, si offriva di scriverlo lui il messaggio, ma in inglese, e mi proponeva di scriverti di quando la domenica mattina facevamo la lotta sul lettone. E mi ammoniva che sono queste le cose che contano per te, che sono questi i ricordi che ti emozionano di più, non le parole che ti dicevo e che mi dicevi e che sicuramente tu neanche ricordi. “La fisicità”, ripeteva toccandosi le braccia e sporgendosi verso di me, “non le parole” e io pensavo di nuovo che era morto e volevo abbracciarlo ma mi vergognavo e non lo facevo.

Nel frattempo la stazione era di nuovo la nostra stazione di sempre, quella del dolore pendolare e necessario, dei treni che ci hanno separati e dei treni del ritorno. Roberto Vecchioni si metteva dietro di me e mi diceva nell’orecchio che voi, tu e Kobe Bryant, sbagliavate, mentre noi, io e lui, lo sapevamo bene che le parole sono più importanti della fisicità, che del resto le parole sono muscoli (e, allora io di colpo mi giravo verso di lui e gli dicevo che le parole sono muscoli erano parole mie e che doveva metterle a posto).

Poi il sogno faceva un balzo in avanti: eravamo in macchina e guidavi tu. Kobe Bryant era seduto vicino a te e parlavate in inglese e io ovviamente non capivo nulla e pensavo che lui era morto e che tu eri fortunato a poter parlare con lui e chissà quanti avrebbero voluto essere al tuo posto. Io e Roberto Vecchioni eravamo seduti dietro e lui diceva che era giusta questa distribuzione dei posti perché tu avevi tanto amato Kobe Bryant e io avevo tanto amato lui.

“Ho tanto amato le tue parole”, precisavo io, “Ninni, A te, La stazione di Zima” e dicevo anche “e tante altre” e poi aggiungevo “forse non lo sai, ma pure questo è amore”. Roberto Vecchioni sorrideva e io pensavo “Adesso mi dice che devo metterle a posto” e invece lui diceva “Lo so che hai fatto tanto per me”. Allora mi giravo a guardarlo e scoprivo che eri seduto vicino a me e che lui stava guidando la macchina seduto davanti a me.

E allora, sottovoce, ti ho chiesto se per te è più importante il ricordo di quando, la domenica mattina, facevamo la lotta sul lettone o il ricordo delle parole che ti dicevo e che mi dicevi.

2 thoughts on “Io, tu, Kobe Bryant e Roberto Vecchioni

  1. Dopo una notte di vento da portare via mi sono svegliata sotto un arcobaleno perfetto. Ora in treno mentre vado a prendere mio nipote ho riletto il tuo pezzo, più di un arcobaleno.
    Una giornata perfetta.
    Buona estate Felice

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