Non perdere il controllo per non perdere

WhatsApp Image 2020-05-30 at 17.48.16 (1)Questa panchina nella foto è sempre stata lì. Da sempre le passo davanti, la guardo e non la vedo. Per anni, addirittura, l’ho sfiorata quasi ogni mattina, all’alba, soli io e lei. Eppure, non l’ho vista. Poi, questa mattina, inattendibilmente, inattesa come la sorpresa, l’ho vista. Non era ancora completamente visibile ai miei occhi e, dunque, se qualcosa stavo guardando (ma non so cosa guardassi) stavo guardando altro e altrove. Eppure, l’ho vista. L’ho rivista, anzi. L’ho rivista dopo oltre quarant’anni. E ho rivisto me.

Avevo un’età che, a ripensarla, ogni volta mi commuove. Il tempo stava pieno di sé. E mi sospendeva in una bolla di densità e di sentore, di leggerezza e di incuranza. E mi scaraventava in una catapulta di pesantezza e di militanza, di ansia e di generalizzata empatia. Tutto contemporaneamente mi era dato e tutto mi davo. Perché, quando avevo quell’età, il tempo stava pieno di sé.

Su questa panchina, in quei giorni nei quali tutto sembrava accadere e nei quali nulla era ancora accaduto, tra me e una compagna di scuola si dava un edificante baratto: io l’aiutavo a studiare e lei mi dava dei lunghissimi baci, ben più lunghi e articolati di quanto l’intero programma scolastico potesse contenere.

Oggi, inattendibilmente, sorrido mio malgrado a questa panchina e a quei ragazzi bellissimi, ipocriti e sfacciati, autentici e fingitori: dove siete stati in tutti questi anni? perché non vi ho più visti? da chi vi tenevate nascosti? da quale parte di me? dove si era nascosto questo ricordo negli ultimi quarant’anni? e perché, inattendibile, senza alcuna ragione apparente, si è sganciato dai recessi della mia mente e si è slatentizzato?

Proprio su questa panchina, adesso che la rivedo, un pensiero mi costringe a sedermi: il pensiero dei ricordi che, invece, me malgrado, la mia memoria mette ogni giorno davanti ai miei occhi, alle mie orecchie, al mio naso, sui miei polpastrelli e sulla mia lingua. E mi chiedo: chi decide cosa ricordare? come lo decide? perché?

Forse c’è, tra me e la mia memoria, lo stesso rapporto che c’è tra me e la mia coscienza. Forse memoria e coscienza sono la stessa cosa. Coscienza come funzione, s’intende. Coscienza come funzione e potenza dell’essere coscienti, dell’essere in presenza. Coscienza come organo della consapevolezza, del rapporto tra me e ciò che faccio, tra me e ciò che mi accade, tra me e ciò che faccio di ciò che mi accade. Tra me e ciò che io stesso accado.

Memoria e coscienza sono organo e funzione, dunque, e la funzione sviluppa l’organo: più mi attivano, più si attivano. Memoria e coscienza mi modificano mentre esisto e mi conosco. Io modifico la mia coscienza e la mia memoria mentre esisto e mi conosco. Ma memoria e coscienza sono un costrutto, un’approssimazione, una mappa. Sono irrimediabilmente fallaci e, per questo, si nascondono dietro l’illusoria convinzione della loro esattezza.

Memoria e coscienza sono organo e finzione, dunque, e la finzione sviluppa l’organo. E in questa mosca cieca collettiva tutti indossiamo la benda e tutti cerchiamo di toccare tutti e fingiamo di riconoscerli. E di riconoscerci. La mia memoria, ad esempio, elabora in continuazione ricordi dei miei figli e dei miei genitori e la mia coscienza, ad esempio, elabora in continuazione vissuti sui miei figli e sui miei genitori.

Forse il senso di colpa muove la mia memoria e la mia coscienza. Forse la coscienza è anche l’organo della colpa e si serve della memoria per svolgere la sua funzione, per svolgere la sua finzione: ricordo che una volta mio figlio si spaventò per una mia reazione e ricordo un’altra volta che mio padre si spaventò per una mia reazione.

E questi ricordi non vanno via. Non sono una panchina. Forse la memoria della mia coscienza e la coscienza della mia memoria usano questi ricordi per proteggermi da me stesso e per intimarmi qualcosa. Di non perdere il controllo, ad esempio, di non perderlo più. Forse mi istruiscono che devo non perdere il controllo per non perdere. Non perdere, è già qualcosa. Non perdere e non dimenticare.

2 thoughts on “Non perdere il controllo per non perdere

  1. Io amo pensare che i luoghi (la panchina nel tuo caso) non sono solo quella cosa che tutti conoscono ma sia solo la mia panchina perché solo per me ha un senso e un significato, unico, irripetibile, solo a me porta alla mente ricordi e pensieri che appartengono solo ed esclusivamente a me, nemmeno a chi può averla condivisa con me, che ne avrà altri e diversi. Insomma la geografia del cuore, se vogliamo della coscienza e della memoria, che fanno del mondo da me attraversato e vissuto solo il mio mondo.

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