Ciò che resta

MostarNei pressi del ponte di Mostar, che in quel tempo era una sorta di arto fantasma nella mente della gente del posto, ci fermò (e noi ci lasciammo fermare) un anziano signore molto malmesso che ci chiese, a gesti e con pochissime parole comprensibili, di seguirlo (e noi lo seguimmo). Ci ritrovammo in ciò che restava della sua grande antichissima casa ad ammirare ciò che restava dei suoi antichissimi e preziosi abiti di famiglia e del suo antichissimo e prezioso arredamento. Per terra, in ciò che restava del cortile, era disteso ciò che restava di una vecchia trapunta imbottita che faceva da tappeto a una miriade di petali di rosa. A lato della trapunta, l’anziana e molto malmessa moglie del nostro ospite indicava con lo sguardo quei petali di rosa, mentre reggeva tra le mani un vassoio sul quale aveva poggiato quel che restava di un antichissimo servizio di piccolissimi bicchieri da liquore. In una frazione di secondo decidemmo, senza dirci nulla, così come senza dirci nulla avevamo deciso di seguire il suo anziano marito, che avremmo bevuto quella cosa che non sapevamo cosa fosse e della quale capivamo soltanto che era una offerta umile e solenne. Bevemmo: lo esigeva la situazione, lo esigevano l’anziana coppia e la sua postura, lo esigevano quell’incontro privo di parole, l’irripetibilità di quel momento e la sensazione che il tempo fosse tutto là. Imparai in quel momento che acqua di rose non è solo un modo di dire. E vidi ciò che restava di una lunghissima storia famigliare: mortificazione e dignità nell’antichissimo gesto di chiedere l’elemosina. Lasciammo quello che potevamo lasciare e ci riavviammo verso il ponte. L’anziano signore tornò a convincere altra gente a seguirlo a casa sua.

Ripenso spesso a quell’incontro senza parole, senza domande (dove sono i vostri figli?) e senza risposte (sono morti in questa guerra fratricida). Ripenso spesso a quella casa senza figli e a cosa sia una casa senza figli, a cosa diventa una casa senza figli, a quel cortile nel quale forse avevano giocato, nel quale forse avevano giocato anche i nipoti. E a quei petali di rosa sulla trapunta. A ciò che resta di tutto.

Penso che l’anziano signore e l’anziana signora saranno sicuramente morti, troppi anni sono passati, e che forse quella antica casa, museo per un’ora, non esiste più e che varrebbe la pena tornare a Mostar solo per vedere com’è irrimediabilmente cambiato quel luogo, cosa c’è al posto di quella casa e chiedere a qualcuno se ricorda quella anziana coppia e se ha conosciuto i suoi figli. E chiedere a qualcuno cosa resta di tutto.

E di noi che eravamo lì quel giorno, di noi che saremmo diventati fratelli, cosa resta? Cosa resta degli abiti impregnati di morte con i quali tornammo a casa dalla Bosnia?

Ritornati a casa trascorremmo insieme l’Epifania, che è la festa dell’incontro e del ritorno. E così facemmo per i successivi ben oltre vent’anni. E così facciamo ancora adesso che le nostre case, pian piano, si svuotano di figli.

Cosa resta di noi, di quel viaggio e di tutti i viaggi, di quell’incontro e di tutti gli incontri? Restano i figli, io penso. Che partono, oggi, per altri viaggi e per altri incontri e che portano dentro di loro la memoria, senza parole, di ciò che resta. Che partiranno, domani, per altri viaggi e per altri incontri e che si chiederanno infine, cosa resta?

3 thoughts on “Ciò che resta

  1. Molto bellissimo, Felice.
    Grazie ancora.
    Cosa resta e resterà nell’intrecciarsi e srotolarsi continuo della catena delle generazioni?
    Giovà

  2. Sono uno dei tre che ha sorseggiato quella ” Acqua di Rose”. Ho visto questo scritto, ma mi sono lasciato scorrere qualche giorno prima di leggerlo. Cosa resta…? Restiamo noi. Con la nostra memoria di questo viaggio che ci ha TRASFORMATI. Ci ha trasformati da sconosciuti in Affratellati. Resta il nostro rito dell’epifania. Mi torna ancora la pelle d’oca ( e di pollo) tutte le volte che RICORDO. Ricordo quando ci hanno trattenuti per lunghe ore e ore alla frontiera… perchè non gradivano che andassimo nei luoghi dei massacri. Ricordo l’entusiasmo di aver finalmente passato la frontiera e subito dopo la MORTE che ci avvolse in quelle campagne bruciate, in quelle case bombardate. I fori dei proiettili sin dentro le case. La distruzione scientificamente attuata per annientare ogni sito nevralgico delle città, fabbriche, stazioni, acquedotti, ospedali… I panini con dentro carne di chissà quale animaletto…. Ricordo il VUOTO. Quando tornai a casa piansi perché per la prima volta mi ero trovato in un paese in cui non avevo potuto comprare neanche un piccolo regalo per il mio piccolo figlio…. Ora mio figlio è cresciuto. E’ partito, è lontano è andato a cercare la sua vita…. e io Resto !

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