Se le parole sono semi

Ulivo pensanteDurante la quarantena ho fatto cose che non avevo mai fatto: ho interagito con due piante, ad esempio. Non solo le ho viste e mi sono accorto della loro esistenza ma, addirittura, le ho osservate e le ho ammesse tra le cose da fare. Senza saperne nulla, ovviamente, senza conoscerle. Perché io non ho alcuna conoscenza di piante, alberi, fiori. Non ho mai provato alcun interesse per regni che non fossero quello delle persone e quello delle parole. Tuttora, di sole persone e di sole parole è fatto il mio mondo. Null’altro lo abita che non sia ad esse funzionale.

E non esagero se dico che il regno vegetale ha su di me un potente effetto letargico. La cosa peggiore che mio padre potesse chiedermi era di andare in campagna con lui: anche quando ero impegnato a fare lavori manuali (cosa che in generale mi riesce molto difficile e che quindi avrebbe dovuto stimolare la mia attenzione) dovevo ingaggiare un corpo a corpo con l’ambiente in cui ero immerso per riuscire a tenere gli occhi aperti e non addormentarmi. Non solo dal fondo di ciò che guardavo con occhi appannati non riuscivo a pescare il minimo interesse, ma – ancora oggi lo avverto come fosse adesso – da quel fondo mi sentivo rimbalzare indietro come spinto da un vuoto cosmico. Forse se, mentre facevamo cose, mio padre avesse almeno parlato, le sue parole, forse, mi avrebbero tenuto in vita.

La prima pianta che durante la quarantena, malgrado queste premesse, ha inaspettatamente attirato la mia attenzione è una non-pianta. Una pianta che non sta in un vaso, che si può tenere in un cassetto e tirarla fuori dopo vent’anni o dopo cento. È la rosa di Gerico. Più che una pianta, un fenomeno incredibile. La meraviglia, perché silente e passiva, della vita immortale. Lo stupore dell’effetto di poche gocce d’acqua. L’incanto della morte apparente che ritorna. La rosa di Gerico è l’araba fenice delle piante. Ovviamente avrei voluto scrivere un pezzo su di lei, ma non l’ho fatto.

La seconda pianta è arrivata a noi suonando il citofono: un piccolo ulivo che mio figlio ha spedito a sua madre, alla ragazza del pullman, per il suo compleanno. C’è un regalo più evocativo di un ulivo? C’è un regalo più evocativo di un ulivo regalato da un figlio? La potenza di quella evocazione ha provocato in me una perturbazione, un flash terapeutico, che ha messo in movimento, per qualche minuto, risorse che non ho: in un primo momento sono riuscito addirittura a intuire da solo che, per piantare un albero, bisogna fare un buco. Poi ho cercato il libretto delle istruzioni e ho scoperto che non esisteva. Pochi minuti dopo, quando il buco non era ancora completato, con la testa ero già altrove.

Ero in campagna con mio padre e con mio figlio e non era chiaro chi piantasse chi, chi fosse il contadino di chi. Mio padre lavorava e stava zitto, mio figlio lavorava e parlava molto, io li guardavo e mi chiedevo se ci fosse un modo per redistribuire le parole, se ci fosse un metodo per fare parti uguali delle parole, non solo a ciascuno secondo il suo bisogno ma anche a ciascuno secondo il suo dovere.

E mi chiedevo se le parole sono semi o se sono frutti: se sono le parole a portare qualcosa, a portare a qualcosa o se, al contrario, le parole sono già, esse stesse, quel qualcosa. E mi rispondevo che le parole dovevano necessariamente essere una cosa e l’altra: un frutto che si fa seme che si fa frutto che si fa seme che si fa frutto. Ad libitum.

E se così è, allora la famiglia è l’humus nel quale le parole, a migliaia, degradano e rielaborano sé stesse in mille diverse possibilità di esistenza e in mille andate e ritorni tra generazioni limitrofe, mutando o non mutando il loro senso, mutando o non mutando la loro forma. È una serra che inventa o nasconde le stagioni necessarie, che evita o produce le stagioni peggiori.

E se così è, allora alcune parole sono piante che seguono il ritmo delle stagioni, hanno bisogno di essere curate con attenzione, subiscono le conseguenze del clima nel quale si sviluppano, hanno bisogno di buona terra e di un buon contadino, danno molto frutto, bisogna distribuirle fra la gente e a ogni ciclo bisogna piantare di nuovo i semi che esse stesse rilasciano.

Alcune altre parole, invece, sono come la rosa di Gerico: conservano la vita per anni e anni, anche se non più pronunciate, anche se dimenticate. Continuano ad esistere dentro di noi, alcune nella nostra testa, alcune nella gola, altre nel petto. Molte nella pancia. Basta una goccia e si aprono. Alcune conservano gioia eterna, altre dolore eterno.

E se così è, allora le parole sono semi che portano frutti che portano semi, anche quando non sono mai state pronunciate, anche quando non sono ancora state pronunciate. È sufficiente, ad esse, il solo essere state pensate: pensate come minaccia o come promessa, pensate nell’attesa o nel timore.

Alcune parole non dette sono come la rosa di Gerico: potrebbero essere cancellate via per sempre, per scelta o per caso, e la loro assenza non sottrarre o non aggiungere nulla alla realtà delle relazioni nelle quali erano state pensate e in quelle che avrebbero messo in movimento. Semplicemente non esisterebbero. Ma potrebbero anche, alcune parole non dette, continuare a vivere, ignote alla realtà, e stare. In attesa di una goccia.

(Nell’immagine: l’ulivo pensante di Ginosa. Foto di Michele Grecucci)

6 thoughts on “Se le parole sono semi

  1. Alcune parole, forse, sono malapianta e ci sono condizioni in cui infestano il mondo, sommergono i virgulti delle fruttifere e affogano la loro crescita.
    Se si cresce fra piante cattive quanto i frutti e i semi di quelle ci sembreranno adatte all’uso ed alla semina?

  2. Ognuno di noi può scegliere di essere terra fertile o arida. Quello che non conosciamo è il seme custodito o portato dal vento. Non sappiamo ciò che il tempo o una goggia d’acqua potranno far germogliare e portare frutti per quell animo sensibile che un giorno li guarderà e li coglierà.

  3. Penso a quante parole di nascondano in un tronco d’ulivo. Quante parole ascoltate e poi conservate dentro quella corteccia. Penso a quanto sia terapeutico il silenzio di un padre che coltiva la terra, che semina, che innaffia. Quanto grande sia stato quel regalo avuto nel silenzio di una terra che si prepara a dare frutti.

  4. E’incredibile come Felice, mettendo al centro la propria biografia, sia sempre capace di scrivere parole universali.
    Confesso che ogni volta che lo leggo provo piacere e una sottile benevola invidia: perché non sono stata io in grado di scrivere così?

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