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Claudia, che può zoppicare

img_0845-1Ieri sera ho cancellato dalla mia rubrica telefonica alcune decine di numeri e di persone. Poco meno di novanta. Come un intervento igienico, a volte con criterio ma non sempre. Ho cancellato nomi e persone, non nomi di persone, perché i nomi non sono parole, sono persone. Continua a leggere

La distanza dentro di noi

1743642_799429640077704_6656412028313491153_nUno. Scrivo da Crotone. Francesca è a Lecce, Peppone a Napoli, Libano a Siviglia, Marshall a Milano. Siamo una famiglia decentrata, delocalizzata, multicentrica. Il baricentro è materno. La narrazione è paterna. Al di là di questo, tutto il resto è mobile: si può stare in prima linea ma anche ritirarsi lontano dalla trincea. Avanguardia e retroguardia, geometrie variabili, free style esistenziali.

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Sull’amore

nonostante-tutto-resistiamoUn pezzo insolito per questo blog. Una novità assoluta, direi. Per molti potrebbe essere anche il primo incontro con la mia voce: a qualcuno può piacere l’idea di abbinare la voce alle parole che ha letto spesso. Ma non è detto che l’esperimento funzioni. Però vale la pena provare. Continua a leggere

Come fossi stato io

img_0711Di solito guardo solo un pezzo, un lato delle cose. Quasi sempre le guardo di sbieco. Non le guardo mai di fronte, in primo piano. È uno sguardo che mi deriva da una postura narrativa, credo. O forse è il contrario. Non lo so. Adesso per esempio c’è questa storia di questi due sedicenni che hanno fatto la mattanza ai genitori di uno dei due. Una cosa che le scarpe ti diventano pesanti, scriverebbe Safran Foer. E uno pensa sicuramente ai genitori morti, un altro pensa certamente al figlio che li ha uccisi. C’è pure uno che pensa a questo amico che s’è messo in mezzo. Io sto ancora più a lato: penso ai genitori di questo amico che s’è messo in mezzo. Continua a leggere

L’Epifania del figlio.

IMG_6160Uno. Genitori che accompagnano figli troppo giovani che partono. Alla stazione conto almeno dieci nuclei simili al nostro: la sera di Santo Stefano è una sera di partenze, a quanto pare, e di separazioni. Se il Natale è la festa della famiglia, una decina di natività sono qui in stazione e la mangiatoia è il treno sul quale il Bambinello si ripone da solo, con la prenotazione nell’iPhone. Continua a leggere

Fare piccoli per farsi grandi

wolf_in_sheeps_clothing1Vincenzo ha fatto il maestro di scuola elementare per tutta la vita ed oggi che è in pensione fa il maestro in un CAS, un Centro di Accoglienza Straordinaria per rifugiati. In classe ha una trentina di ragazzi tra i 18 e i 25 anni provenienti da molti Paesi africani e del Medio Oriente. Continua a leggere

La mia materna nudità

MammaLavorai per molto più di tre anni per scrivere Ho perso le parole. Quando fu definitivamente concluso decisi che, per non dimenticare quel lavoro, dovevo fare un segno permanente sul mio corpo. Un’incisione, un tatuaggio. E non poteva che essere un elefante, ovviamente. Cercai un disegno col quale potessi identificarmi e mi misi in attesa di un cenno, una indicazione che mi informasse che era il momento. Continua a leggere

Le parole sono muscoli

1_672-458_resizePer me la vera morte è l’ispirazione che non scorre più canta Caparezza. Se sto dentro questa metafora vedo che io sono uno che ripetutamente si toglie la vita. L’arma di questo ripetuto suicidio è il mio silenzio, che è l’ossigeno che mi consente di vivere una invisibilità almeno sufficiente, ma che si nutre – questo mi è chiaro – anche della mia pigrizia. E però questa volontaria, necessaria e pigra afasia alla lunga si incista e mi rende muto mio malgrado: le parole sono muscoli, se non le usi si atrofizzano, se le usi male si strappano. Il crampo delle parole è il più doloroso. Continua a leggere

Il balcone sul cortile

cortileQuando cedo, Francesca mi regge. Quando sto per liquefarmi, mi coagulo intorno a lei. La sua presenza mi rassicura. Come un mese fa, che dopo trent’anni che stiamo insieme, per la prima volta mi accompagnò a fare un giro tra i luoghi della mia infanzia. L’ultima volta che c’ero stato avevo le vertigini. Ed anche quel giorno le avevo. E lei le assorbiva. Continua a leggere

La musica è finita (gli amici se ne vanno)

img001Mi sono sempre sentito solo. Sin da piccolo. Anche in mezzo a tanta gente, alla famiglia, agli amici. Non sono mai stato abbandonato da nessuno, non posso dire di essere stato lasciato solo. Ma mi sono sempre sentito solo. Tuttora, quando qualcuno mi chiede “come ti senti?”, la risposta che penso e che non dico è “mi sento solo”. Continua a leggere

Separarsi per esistere

13247730_1129860863701245_3115300176036147569_oUno. Scrivo da una stanza all’ottavo piano di un albergo all’estremo sud della Spagna. Dalla finestra vedo case e strade che non conosco e che, eppure, mi sono familiari. Mi sono familiari perché sono le case e le strade che, ogni giorno, vede e percorre mio figlio.

Voi che avete figli piccoli che oggi accompagnate a scuola, vi avverto: un giorno verranno loro a prendervi in auto dall’albergo in cui siete alloggiati in una città che non conoscete e che loro invece conoscono bene e vi porteranno a cena in un posto che non avete mai visto dove la gente li saluta per nome. Quel giorno vi sarà chiaro che ogni cosa è cambiata e che indietro non si torna. Continua a leggere

Airport Rieducational Channel

GuzzantiGli aeroporti furono inventati per consentire a me di osservare il comportamento degli umani. Una invenzione costosa, questo è chiaro, considerato soprattutto il fatto che non riuscirò a vederli tutti e che spesso mi addormento e mi sveglio solo quando la coda dell’imbarco è finita. A volte invece non mi addormento e sono costretto ad osservare. Continua a leggere

Attendere l’inatteso

WilburCredo che non ci sia padre che non si chiederebbe come ciò sia possibile, eppure quando il dentista Wilbur Wonka aprì la porta del suo studio sperduto in una distesa di neve non riconobbe suo figlio Willy che non vedeva da tanti anni. Lo riconobbe qualche minuto dopo ma non dai suoi occhi, dal suo sguardo o dalla sua voce, come pure farebbe un padre al massimo della sua disaffezione: lo riconobbe dai suoi premolari. Continua a leggere

Basta la parola

FalquiCi siamo frequentati per un periodo non breve (effettivamente frequentati è un termine che si può usare anche in casi come questo) e c’era tra noi molta simpatia reciproca e un pacato affetto. Mi accoglieva sempre chiedendomi, col suo marcato accento romano, se doveva preparare il caffè (a me, bevitore professionale di caffè, era chiaro che se un giorno gli avessi detto di no sarebbe rimasto male). So che ci faccio una brutta figura e potrei bluffare inventando un nome di fantasia, ma la verità è che non ricordo come si chiama. Ricordo bene la sua faccia, la sua voce, il suo cappello della Roma e tante altre cose, ma non come si chiama. Continua a leggere

Studiare come scienza, applicare come arte

leonardoIl problema delle metafore è che sono polisemiche, aprono a più significati. Ma questo svantaggio dovrebbe ridursi nel momento in cui la metafora è inserita in un discorso più ampio e circostanziato.

Ho chiuso il post precedente immaginando John Nash che mette via tutti i suoi arnesi, compreso i manuali che, ho scritto, spero abbia studiato per bene. Studiato. La speranza, cioè, è che il Nash metaforico sia un professionista preparato. Talmente preparato da non aver bisogno di avere il manuale tra le mani per consultarlo passo dopo passo. Continua a leggere

Conoscere a mano libera

NashAl primo appuntamento con la mia psicoterapeuta arrivai con qualche minuto di anticipo e allora lei a un certo punto mi disse: “Vogliamo parlare della sua ansia che l’ha portata ad arrivare in anticipo?”. E così parlammo di quella cosa che per anni avevo erroneamente chiamato scrupolosità e rispetto per gli altri e che addirittura avevo teorizzato come indispensabile per una buona organizzazione. La consapevolezza di me maturata in quel colloquio aveva lavorato duramente nei giorni successivi e dunque al secondo colloquio arrivai con qualche minuto di ritardo, soddisfatto di aver capito che il mondo va avanti anche senza di me, che non devo per forza metterci del mio, che il caos ha una sua capacità autopoietica. Appena seduto la mia psicoterapeuta mi propose di discutere della aggressività passiva che avevo mostrato nei suoi confronti arrivando in ritardo. Fu una illuminazione: rividi sotto una luce diversa la mia scelta di stare sereno anche in quelle situazioni che mi è chiaro che non posso cambiare, la mia scelta di non replicare all’infinito, di non insistere nel voler cavare il sangue da una rapa. Siccome l’insegnamento era stato chiaro (trovare un punto di equilibrio dentro e fuori di me) al terzo appuntamento arrivai puntualissimo e fu allora che la mia psicoterapeuta mi propose di discutere di quei tratti ossessivi che mi spingevano ad essere puntualissimo. Non ci fu un quarto appuntamento: cambiai psicoterapeuta. Continua a leggere