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Claudia, che può zoppicare

img_0845-1Ieri sera ho cancellato dalla mia rubrica telefonica alcune decine di numeri e di persone. Poco meno di novanta. Come un intervento igienico, a volte con criterio ma non sempre. Ho cancellato nomi e persone, non nomi di persone, perché i nomi non sono parole, sono persone. Continua a leggere

Le parole sono muscoli

1_672-458_resizePer me la vera morte è l’ispirazione che non scorre più canta Caparezza. Se sto dentro questa metafora vedo che io sono uno che ripetutamente si toglie la vita. L’arma di questo ripetuto suicidio è il mio silenzio, che è l’ossigeno che mi consente di vivere una invisibilità almeno sufficiente, ma che si nutre – questo mi è chiaro – anche della mia pigrizia. E però questa volontaria, necessaria e pigra afasia alla lunga si incista e mi rende muto mio malgrado: le parole sono muscoli, se non le usi si atrofizzano, se le usi male si strappano. Il crampo delle parole è il più doloroso. Continua a leggere

Vie d’uscita

PipaQuesta storia risale ad oltre trent’anni fa. Ero in Francia, in treno, di notte, e il treno si trascinava a fatica da una stazione all’altra fermandosi ogni volta che poteva. Seduto di fronte a me, che ero sveglio e contavo i minuti, un anziano signore dormiva profondamente. Arrivati all’ennesima piccola stazione di campagna, il treno si fermò rinculando fastidiosamente e questo sbattimento svegliò il mio dirimpettaio che, restando immobile con la testa poggiata sul fondo del sedile, guardò il cartello che era a pochi metri da noi e che era perfettamente incorniciato dal finestrino, disse “Siamo arrivati a Sortie” e riprese a dormire. Continua a leggere

Il lavoro di pensare

pensareChe fine ha fatto il pensare? Ci penso mentre – seduto su una panchina in un piccolo parco di Padova – aspetto di iniziare la mia lezione e ne approfitto per fare la cosa che più mi piace fare: pensare. Il lavoro di pensare non è più considerato tale: chi pensa è un perditempo. Dirò di più: pensare è un modo per non lavorare. Non per me. Continua a leggere

Si vive nella doppietà

il doppioSono le cinque e venti ed è ancora buio anche qui sulla spiaggia a levante. Ho fatto un sogno lungo, di quelli che non diresti mai che è un sogno anche se qualcuno te lo dicesse proprio durante il sogno (un sogno? ma che stai dicendo? non vedi che esisto davvero?), un sogno che alle quattro e un quarto ero già sveglio e non sapevo dove mettere l’angoscia e la gioia che erano così tante che avrei potuto raccontarle. Continua a leggere

Oppure a masturbarmi, al limite a scopare

CLAl meeting di Comunione e Lottizzazione un pastore ha spiegato ai suoi discepoli che le coppie omosessuali sono statisticamente più esposte al rischio di malattie cardiovascolari e di suicidio. Non c’è da stupirsi. Siamo di fronte alla ennesima riformulazione di uno dei dispositivi educativi più famosi della pedagogia cattolica: quello in base al quale se ti masturbi perdi la vista. Continua a leggere

Di sperati sensi

11666243_957269910960342_5239686615013624858_nAnni che dico a me stesso che dovrei interrogarmi sull’origine carsica dell’omofobia, anni che dico a me stesso che dovrebbe incuriosirmi l’esistenza di una spiegazione ragionevole, anni che mi rispondo che la cosa non mi interessa, anni che mi giustifico dicendo che non ho sufficienti conoscenze di fisica quantistica per studiare il vuoto, che mi manca quella massima apertura logica senza la quale non si può intuire la vera forma del caos.

Ma, come spesso mi succede, un semaforo rosso interrompe questo schema ricorsivo creando lo spazio per la generazione di un pensiero: gli omofobi hanno, dell’amore, un’idea disperatamente genitale. Continua a leggere

Il vizio di vivere

per vizioLa Vita è una malattia che si trasmette per via sessuale. È la più grave che si conosca. Non si ha notizia di qualcuno che sia sopravvissuto. L’AIDS, per esempio, alla fine è stata sconfitta. La Vita no. Può protrarsi per decenni (c’è chi l’ha avuta per oltre cento anni) ma la morte è certa. Continua a leggere

In nomine matris

MammaCi sono cose che potrebbero fare la storia ma che non attraversano, se non di striscio, la cronaca: la Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo, avendo condannato l’Italia per la sua normativa iniqua e squilibrata in materia, ha sancito il dovere dello Stato di fare in modo che a un figlio o a una figlia possa essere attribuito il solo cognome della madre. Continua a leggere

Quanto male può fare una risposta

AliceVisti da lontano e dall’alto sembrano grappoli di funghetti riparati a centinaia sotto i tronchi della grande pineta della nostra vecchia comunità. E invece sono ombrelli e ombrellini: quando piove così è complicato arrivare fino alle scale della scuola elementare e la strada e il cortile sembrano una festa di paese rovinata dal maltempo. Vicino a me una bambina cala la mano che tiene l’ombrello e, in attesa di veloci istruzioni, con lo sguardo chiede a suo padre cosa ne deve fare; lui, risolutamente, la libera dall’ingombro e le dice “lo porto via io sennò te lo rubano”… Continua a leggere

Quanto male può fare una domanda?

Decine di bambini escono dal retro della parrocchia nella quale hanno appena partecipato a un incontro di catechismo. Un padre accoglie la sua bambina chiedendole “Qualcuno dei bambini ti ha dato fastidio?”. Glielo chiede direttamente, senza premettere nulla, neppure un saluto. E’ la prima cosa che le dice. La bambina gli risponde allontanandosi con lui, e saltellando, e io non riesco a sentire la sua risposta. Continua a leggere

Narrare per esistere

Due li tengo sul comodino, uno sulla scrivania e uno è sempre nella mia borsa: sono quattro libri che non stanno in libreria con gli altri, vivono una vita semiautonoma, un rapporto diretto col loro proprietario (che sono io). Li consulto come a volte si consulta una cartina stradale, li sfoglio come si sfoglia un vecchio album fotografico, li riempio di appunti come si fa con una vecchia moleskine. Continua a leggere

I bambini di Pavlov

Tardo pomeriggio. Tarda primavera.

Osservo un gruppo di bambini che ha appena finito la recita di fine anno scolastico e si accinge a lasciare la scuola ormai semideserta: i bambini sono immobili davanti al portone; la fila per due si piega ma non si spezza, resiste nonostante l’adrenalina; all’esterno i genitori fanno cenno di uscire; la maestra chiacchiera qualche metro più in là con una collega e non si avvede di ciò che sta succedendo; i bambini guardano fuori e guardano la maestra; la bidella li esorta platealmente ad uscire; i genitori si sbracciano; la maestra non li guarda; i bambini non si muovono… Continua a leggere