Non passa giorno

JFUY2062Uno. Non passa giorno che io non pensi mio padre e mia madre. Non passa giorno che io non senta la mancanza dei miei genitori, una mancanza che ha la forma propria del vuoto e che alimenta un vissuto di incolmabile solitudine. Davvero non passa giorno, non è un modo di dire, è una descrizione. Non è stato sempre così: prima solo ogni tanto pensavo loro e il pensiero era molto diverso e ancor più era diversa la sua risonanza. Cambia il mio pensiero mentre cambio io che penso e cambiano anche loro che non possono più cambiare. Forse vedo cose che prima non vedevo o, forse, non vedo più cose che prima vedevo. Forse guardo me e loro da una prospettiva di cui prima non disponevo o, forse, di cui disponevo ma che non utilizzavo. È forse questo mutato risuonare la mia prematura vecchiaia. Quella vera, intendo, non quella pesantezza che avevo già da bambino e che ha accompagnato tutta la mia vita.

Due. No, non è un piccolo gesto d’amore. È una questione fondamentale, importante e difficile: nel proprio cuore voler bene ai propri genitori. Cioè perdonarli per tutte le difficoltà che ti hanno creato semplicemente con la loro esistenza: difficoltà nell’attaccamento come nella repulsione, e nel peso della loro vita complicata che s’aggiunge alla tua. Quando lessi per la prima volta queste parole di Etty Hillesum ero ancora figlio. Ero anche un padre che aveva figli, certo, ma ero ancora molto figlio. Fu forse per questo mio essere ancora una cosa e ancora anche l’altra, che feci mie queste parole senza farle mie. Non mi posi mai il problema del perdono: un concetto ineccepibile, erano, solo questo, e non c’era risonanza. Poi, un giorno, smisi di essere figlio e crebbe dentro di me un respiro profondo, un respiro che pescava dentro di me alla ricerca del perdono.

Tre. Non passa giorno che io non pensi i miei figli. Non passa giorno che io non senta la loro mancanza. Una mancanza che ha la forma del pieno e che alimenta un vissuto di inesauribile gratitudine. Davvero non passa giorno, non è un modo di dire, è una descrizione. È stato sempre così, ma il pensiero era molto diverso ed anche la risonanza: cambia il mio pensiero mentre cambio io che penso e cambiano anche loro che ancora a lungo cambieranno. È questo, forse, la vecchiaia: un respiro profondo. E chiedersi continuamente, in treno, in una stazione, prima di iniziare una conferenza: se io penso ogni giorno i miei genitori, i miei figli pensano ogni giorno me? E cosa pensano? Che forma ha, se esiste, questo loro pensare me? “Cosa farebbe mio padre al mio posto?”: questo, se fosse un loro pensiero, sarebbe il mio preferito. Forse pensano me che non ci sarò più. Forse tutti i giorni, forse ogni tanto. Quando amiamo una persona, pensiamo la sua assenza. È questo forse la vecchiaia: essere pensati in possibile assenza.

Quattro. No, non è un piccolo gesto d’amore. È una questione fondamentale, importante e difficile: nel proprio cuore voler bene ai propri genitori. Cioè perdonarli per tutte le difficoltà che ti hanno creato semplicemente con la loro esistenza: difficoltà nell’attaccamento come nella repulsione, e nel peso della loro vita complicata che s’aggiunge alla tua. È da quando lessi per la prima volta queste parole di Etty Hillesum che mi chiedo se i miei figli mi perdoneranno un giorno. Gliel’ho anche chiesto: mi perdonerete? Forse quando non saranno più figli sentiranno un respiro profondo pescare dentro di loro. Da parte mia lo spero. Ma qui e ora, adesso, è la speranza del perdono che mi impegna la vita e non il perdono. È come se temessi, sapendo di essere stato perdonato, di mollare la presa. Vivere con lo stato d’animo di chi è imperdonabile, forse, è la postura del paterno che mi porto dentro e che mi muove.

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