Sarò come tu mi vuoi

e69b54282f4e17e6426e2485489092a6Un signore che aveva appena comprato un asino, mise il suo bambino in groppa all’animale e uscì a fare una passeggiata tenendo l’asino per le redini. Subito si accorse che la gente additava suo figlio e diceva “ma guarda che figlio degenere, lui se ne sta comodamente seduto in groppa all’asino e a suo padre lo costringe a camminare a piedi”. Dispiaciuto per quei commenti ingiusti nei confronti del suo bambino, salì in groppa all’asino e, a malincuore, lasciò che suo figlio camminasse a piedi di fianco all’asino. Aveva da poco iniziato la sua passeggiata quando si accorse che la gente lo additava dicendo “ma guarda che padre degenere, lui se ne sta comodamente seduto in groppa all’asino e al suo bambino lo costringe a camminare a piedi”. Ferito per quei commenti ingiusti nei suoi confronti, prese il bambino e lo mise in groppa all’asino insieme a lui. Contento di aver finalmente risolto il problema si avviò per la sua passeggiata ma subito sentì che la gente additava entrambi dicendo “guarda che padre e che figlio degeneri, se ne vanno comodamente in giro in groppa all’asino e così facendo lo faranno morire” e allora, dispiaciuto per quei commenti nei confronti di se stesso e di suo figlio, scese dall’asino e mise a terra anche sui figlio. Ripresero la passeggiata a piedi tenendosi per mano e tenendo l’asino per le redini. Ma subito la gente disse “guarda che scemi quei due, hanno un asino a disposizione e vanno a piedi”.

Esistono molte versioni di questa storia che, in genere, viene raccontata riferendosi all’atteggiamento ipercritico della gente. Io invece la propongo spesso per descrivere la scorciatoia che utilizzano molti genitori, educatori, insegnanti, professionisti delle relazioni di cura, formatori, supervisori, eccetera, cioè quelle persone cui è chiesto o cui tocca di “vedere” qualcosa che riguarda qualcuno.

La scorciatoia che utilizzano consiste nel giocare da bordo campo mandando la palla ora da una parte e ora dall’altra, tenendo sempre in mano l’iniziativa e costringendo l’avversario (molti vedono un avversario nell’Altro che devono “vedere”) a sfiancarsi nella rincorsa della palla. Questi allenatori col pancione e il culo grosso applicano alla lettera la storia del padre, del figlio e dell’asino indicando sempre l’altra possibilità, l’errore, la mancanza, l’ombra, che ovviamente non può non esserci giacché anche qualunque opera meravigliosa potrà sempre essere migliorata.

Per questi genitori, educatori, insegnanti, professionisti delle relazioni di cura, formatori, supervisori, eccetera, c’è un “Altro” ideale: è quello disposto a dire “sarò come tu mi vuoi” e a farsi sfiancare, scarnificare, a correre sul posto come la Regina di Alice.

Troppo impegnati a portare gli altri dentro di sé e se stessi dentro gli altri, non vedono che i mestieri e le relazioni che ruotano intorno alla dinamica “dimmi come mi vedi / ti dico come ti vedo”, sono mestieri e relazioni che si muovono in uno spazio e in un tempo che sempre tengono dentro il vuoto e il pieno, ciò che c’è e ciò che non c’è e che in questa combinazione di spazio e di tempo non è dato sapere se sia meglio il vuoto o il pieno, ciò che c’è o ciò che non c’è.

Senza alcuno sforzo di fingimento e con una convinzione che faticherei a tenere a bada, io invece, mi ostino a mostrare, e a suggerire di mostrare, innanzitutto quel qualcosa che funziona anche e proprio quando nulla sembrerebbe funzionare e che su quel qualcosa che funziona c’è uno spazio enorme per costruire il resto, a riconoscere e restituire le risorse, a ridefinire i problemi prima di capire come risolverli, a partire da ciò che c’è, sempre, fino a quando fa male, fino a quando ce n’è.

E nelle situazioni più difficili a mostrare la luce di cui dispone chi crede di essere al buio, invece che mostrare il buio, che sempre c’è, anche intorno a chi sta facendo luce.

Curiosità e fiducia, vado dicendo e scrivendo da alcuni anni, sono le lenti che consentono di entrare insieme all’altro, mano nella mano, nelle sue possibilità evidenti come anche in quelle meno evidenti, nel buio dell’ombra, del vuoto, di ciò che non c’è, dell’errore, della mancanza, della colpa, per mostrare ciò che di buono c’è anche quando nulla sembra esserci di buono.

Praticare la libertà altrui e indicare le risorse di cui si dispone per praticarla. Di questo si tratta. Non “sarò come tu mi vuoi”, dunque, ma “sarai come potrai”.

One thought on “Sarò come tu mi vuoi

  1. Sono d’accordo, molto d’accordo. È quello che io intendo come “umanità ” e con me molte persone che condividono il mio mestiere. Ma non è una dote innata: è un lungo lavoro di pratica e cultura che dura una vita. che accompagna le nostre vite. La domanda è perché non faccia ancora parte dei principi che guidano l’educazione, dalla scuola alla vita adulta. Perché?

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