L’odio, il corpo e la colpa (prima parte)

Frankenstein_Junior---03Uno. Non passa giorno che qualcuno non faccia commenti sulle mie dimensioni: parenti, amici, conoscenti, perfetti estranei. Si va dalla battuta scontata al consiglio premuroso: il comune denominatore è l’inopportunità. In genere non replico, precisamente faccio finta di non sentire, al limite ammicco molto pazientemente qualche frase di circostanza. Raramente considero con attenzione l’argomento. In ogni caso giudico e classifico. Negativamente. Le questioni che riguardano il corpo hanno sempre a che fare con l’identificazione.

Due. Il discorso sul corpo è un discorso pubblico, che si ritiene possa e debba essere pubblico. Non potrebbe essere diversamente giacché il corpo assolve a un compito fondamentale nella vita di una comunità culturale: il corpo racconta la colpa, reale o immaginaria che sia, vissuta come tale o attribuita che sia, il corpo la rende visibile. Il ventre molle ha bisogno di vedere la colpa, perché uno dei pilastri intorno ai quali si annodano i bisogni e le ragioni dello stare insieme è il sistema pubblico di attribuzione delle colpe. La colpa è un dispositivo fondamentale nella intelaiatura delle relazioni sociali, svolge la stessa funzione del tondino di ferro nel cemento: lo arma. Se non ci fosse la colpa, la collettività si sgretolerebbe alla prima scossa e invece, grazie alla colpa, regge più o meno bene alle prove della esistenza. Il ventre molle si nutre di colpa e, per nutrirsi, la produce: il sistema pubblico di attribuzione della colpa è sempre anche un sistema di produzione della colpa. La attribuisce e la produce, la produce e la attribuisce. In quanto sistema produttivo, ha due caratteristiche fondamentali: è in mano a pochi ma ci lavorano in molti; sfrutta le tecnologie più avanzate e le orienta a proprio vantaggio.

Tre. Il corpo rende visibile la colpa e da sempre lo fa attraverso la sua forma: il gobbo, il nano, il gigante, il mancino, il rosso, l’albino, i gemelli, l’ermafrodita, eccetera. Oppure attraverso il suo funzionamento. Oppure ancora attraverso l’uso che di esso si fa, soprattutto quando lo si usa per procurarsi piacere in qualunque forma, perché questa è la colpa più grande: godere. L’attenzione alla forma del corpo, nella sua versione più becera, è la proiezione nella realtà esterna di residui di mente magica che tuttora sopravvivono nel ventre molle. L’attenzione all’uso del corpo, nella sua versione più moralistica, è la proiezione nella realtà esterna di residui di mente religiosa che tuttora sopravvivono nel ventre molle. Sul corpo si addensa, profondo e irrazionale, il bisogno di purezza del ventre molle ossessionato dall’incubo della contaminazione.

Quattro. Il corpo è il binario sul quale la colpa compie il suo viaggio dall’untore all’unto. La colpa non è un fine, è un mezzo. È il tondino di ferro nel cemento armato, non è il cemento. Il cemento è l’odio. Non c’è discorso d’odio che non si fondi sull’accusa di una colpa: anche le teorie sulla inferiorità (dei meridionali prima, dei neri oggi) si poggiano sulla produzione e sulla attribuzione di una colpa che confermi e dimostri l’inferiorità. Quando il ventre molle sente odore di colpa, sbava la saliva dell’odio e si ferma solo quando è sazio. Gli avvelenatori di pozzi evitano di fare i conti con la realtà perché sanno che il ventre molle non è in contatto con la realtà: a loro basta un dito, l’indice, per indicare il nemico, e un altro, il medio, per salutarlo. Il segno vittimario del nemico di turno, di volta in volta designato, è la colpa di qualcosa. Che ovviamente non bisogna dimostrare, perché la dimostrazione raffredda ciò che il ventre molle vuole che sia caldo. Gli avvelenatori di pozzi, i dispensatori di odio, sono lungimiranti: aspettano il caos che hanno pazientemente coltivato e quando arriva entrano nelle esistenze del ventre molle che li adora e sciacallano tutto ciò che è sciacallabile.

(continua)

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