Curare per curarsi

Una delle cose di cui più mi occupo è rispondere alla domanda “che cosa si sta facendo mentre si sta facendo qualcosa?”. Che è simile alla domanda “di cosa si sta parlando mentre si sta parlando di qualcosa?”.Ovviamente bisogna sempre sostituire “qualcosa” con la cosa che si sta facendo o di cui si sta parlando. Ad esempio: “che cosa si sta facendo mentre ci si prende cura di qualcuno?” oppure “di cosa si sta parlando mentre si parla di amore?”. Ovviamente bisogna di volta in volta inserire un soggetto al posto dell’impersonale “si”. Ad esempio: “cosa stiamo facendo mentre ci prendiamo cura di qualcuno” oppure “di cosa stiamo parlando mentre parliamo di amore?”. Ovviamente è sempre utile circoscrivere la domanda nel tempo. Ad esempio: “cosa stiamo facendo adesso che ci stiamo prendendo cura di qualcuno?” oppure “di cosa stiamo parlando adesso che stiamo parlando di amore?”. Ovviamente è molto meglio essere il più possibile precisi. E dunque: “cosa stiamo facendo adesso che ci stiamo prendendo cura di nostro figlio” oppure “di cosa stiamo parlando adesso che stiamo parlando del nostro amore?”.

A questo livello, la domanda in questione, la questione della domanda, è ancora una domanda elementare perché pone il problema di analizzare quello che si sta facendo. Possiamo salire di un livello di complessità formulando una domanda leggermente diversa: “che altro stiamo facendo mentre ci prendiamo cura di nostro figlio?” oppure “di cos’altro stiamo parlando mentre parliamo del nostro amore”. A questo livello la domanda presuppone una questione fondamentale: qualunque cosa si faccia, se ne fanno sempre anche altre, di qualunque cosa si parli, si parla sempre anche di altro. È il problema delle implicazioni di ciò che si fa e di ciò di cui si parla: non ci si pone quasi mai il problema delle implicazioni ma sempre dei risultati e (a volte) delle conseguenze.

Possiamo salire di un altro livello di complessità ed assumere come dato di partenza la molto ineluttabile possibilità che ci sia differenza tra ciò che si fa davvero e ciò che si è convinti di fare, tra ciò di cui si parla davvero e ciò di cui si è convinti di parlare. E dunque: “cosa stiamo facendo davvero mentre crediamo di prendirci cura di nostro figlio?” oppure “di cosa stiamo parlando davvero mentre crediamo di parlare del nostro amore?”.

Può sembrare, questo, un caso estremo ma non lo è affatto. Anzi. Se anche solo la metà della gente che dice di fare determinate cose, facesse veramente quelle determinate cose, il mondo collasserebbe in una crash spazio-temporale causato da un eccesso di verità. O da un eccesso di consapevolezza, più precisamente. Perché di questo si tratta: essere consapevoli di ciò che si sta davvero facendo e delle implicazioni di ciò che si sta davvero facendo oppure giocare a mosca cieca ma senza rendersene conto.

Siccome una delle cose di cui più mi occupo è rispondere a queste domande o aiutare gli altri a rispondere da soli a queste domande, posso testimoniare che se tutte le educatrici e tutti gli educatori che dicono di educare educassero, se tutte le psicologhe e tutti gli psicologi che dicono di psicologare psicologassero, se tutte le assistenti sociali e tutti gli assistenti sociali che dicono di assistere assistessero, se tutti gli eccetera eccetera, io mi annoierei da morire. Per fortuna, invece, non c’è modo di annoiarsi. Anzi. A volte c’è da spaventarsi.

Come quella volta che, eravamo a metà degli anni novanta, mi fu chiesto di andare in una comunità per tossicodipendenti perché mi si voleva proporre una collaborazione. Fu un viaggio non breve ma alimentato dalla curiosità di vedere questa nuova comunità che avevo già intravisto mentre era in costruzione. Fui accolto dalla équipe al completo e, prima di iniziare la riunione alla quale, appunto, tutti avevano voluto essere presenti, mi fecero fare un giro della comunità: stanze da letto, aree comuni, laboratorio, ufficio, cucina, eccetera eccetera. Durante il sopralluogo montò in me la sensazione che ci fosse qualcosa di strano che non riuscivo a mettere a fuoco. Quando fummo nella sala dell’équipe per iniziare la riunione vera e propria guardai i fogli che erano attaccati in bacheca: turni settimanali, mansionario, avvisi datati e avvisi recenti, regole fondamentali, promemoria, liste della spesa, eccetera eccetera. Ascoltavo sempre più attentamente quello che mi raccontavano perché la sensazione saliva pian piano dal grado di stranezza a quello di preallerta, seppur di qualcosa che non riuscivo a capire dove e cosa fosse.

Mi spiegarono che avevano avviato l’accoglienza due anni prima ma non avevano ancora una convenzione con la ASL, risposero con i giusti dettagli a tutte le mie domande su come gestivano la turnazione ordinaria, quella notturne, dei fine settimana, come combinavano l’apporto dei volontari con quello degli operatori e tante altre cose. Mi feci l’idea di una macchina che, seppur economicamente ancora insostenibile, aveva una sua meccanica. Ma nel frattempo la sensazione indefinita era salita dal grado di preallerta a quello di allerta e per questo non riuscivo a stare seduto e discutevo muovendomi continuamente nella stanza cercando la cosa da cui mi sentivo minacciato.

Chiesi di arrivare al punto e di dirmi cosa concretamente chiedevano a me e le loro richieste finalmente accesero la luce. Ebbi un sobbalzo e chiesi sperando di sbagliarmi.

Chiesi dov’erano i ragazzi, i tossici, gli utenti o come cavolo li chiamate, perché abbiamo visitato tutta la comunità e io non ho visto nessuno oltre a voi e adesso sto capendo, anzi vedendo, che non ho visto tracce della presenza di residenti che non siate voi.

Cazzo. Era questo che non riuscivo a mettere a fuoco. Dove cazzo sono i ragazzi, i tossici, gli utenti o come cazzo li chiamate???

Non ce n’erano. Semplicemente non ce n’erano. Mi avevano detto di essere in burnout, mi avevano parlato della fatica della turnazione, del peso della responsabilità educativa, del continuo confrontarsi sui protocolli terapeutici. Mi avevano anche chiesto una mano per capire come gestire la frustrazione delle ricadute. Mi avevano detto questo e altro e invece da due anni, da sempre, non avevano avuto nessuno. Non avevano mai avuto nessuno. Tossici, ragazzi o utenti: qualunque fosse il modo in cui li chiamavano non ne avevamo mai accolto uno. Uno. Da due anni turnavano e facevano riunioni settimanali di équipe e non avevano mai accolto una persona che fosse una. Anche i turni di notte facevano.

A distanza di così tanti anni sento come fosse adesso la sensazione di panico che mi assalì: mai la follia si era manifestata a me in un modo così cinematografico. Ero sicuro che Jack Nicholson sarebbe sbucato da dietro una porta ed io non sarei riuscito né a correre, né ad urlare, come nel più perfetto degli incubi.

Non ho il minimo ricordo di cosa dissi per andare via e di come riuscii a congedarmi così in fretta, ma meno di due minuti dopo ero in auto. Guidavo e guardavo nello specchietto retrovisore per accertarmi che non mi stessero inseguendo.

Per anni e anni una potente rimozione tenne da parte questo ricordo e poi, un giorno, si ripresentò e io cominciai a raccontarlo. Per oltre vent’anni non ebbi alcuna notizia di quelle persone e poi, un giorno, una di loro si ripresentò. Telefonicamente. Mi chiese di vederci, voleva propormi una collaborazione. Fui tentato di negarmi, di inventare una scusa. Nessuna psicoterapia, però, mi ha mai guarito dalla incapacità di dire no.

2 thoughts on “Curare per curarsi

  1. Acquisire consapevolezza di quante giostre dell’ assurdo ci circondano produce reazioni agli antipodi le une delle altre .1) inorriditi ci si chiude in sé stessi
    2) si strilla alla luna ,si crede di essere strani
    3) non ci si arrende …e si intraprende un percorso con testarda determinazione per rendere un mondo migliore …coerenza tra quello che si è e ciò che si fa’( molto semplice credenti e non NON FARE agli altri quanto nn vorresti fosse fatto a Te )
    Molto semplice ,un po’ più di amore e cura vicendevole e disinteressata.

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