Aereo prende, aereo dà

KarnaAll’epoca lavoravo su La coscienza di Zeno. E non solo perché L’ultima sigaretta descrive, in una maniera che a me sembrava magistrale, gli autoinganni della dipendenza. Era successo che tempo prima, approfittando di un congresso (proprio sulle dipendenze patologiche, ma questa è solo una coincidenza) durante il quale mi ero igienicamente imboscato, avevo trascorso un paio d’ore al Museo Sveviano di Trieste e avevo comprato una monografia sul rapporto (ossessivo?) tra Italo Svevo e la medicina e i medici. Lavorare su quei testi e sulle cose di Italo Svevo produceva in me non pochi milligrammi di endorfine i cui cluster chimici andavano dalla Scuola Medica Salernitana a mio padre (come scrissi in A mio padre (e a quei trenta cornetti)).

Avevo appunto tra le mani la mia copia de La coscienza di Zeno con tutti i miei appunti e le mie sottolineature ossessive distinte per colore, quando, poco prima del decollo, mi addormentai. Ogni tanto mi svegliavo, facevo qualcosa a danno del libro e mi riaddormentavo. L’ultima volta che mi svegliai fu quando ormai eravamo atterrati da qualche minuto e quasi tutti i passeggeri avevano lasciato l’aeromobile. Come spesso succede a causa della mia abitudine di dormire nei momenti sbagliati, recuperai le mie cose in fretta e anch’io uscii correndo.

Quando ormai ero fuori dall’aeroporto mi resi conto di aver dimenticato il libro. Di averlo perso, dunque, giacché era impensabile che io potessi rifare il percorso al contrario per recuperarlo. Al pensiero degli appunti e di tutte le sottolineature che avevo perso fui preso da uno sconforto di cui, a distanza di anni, ricordo ancora la sensazione fisica nella pancia e nel petto. Il paradosso fu (oltre al danno, la beffa) che lo sconforto si accompagnò a un sottile senso di ansia: l’ansia di dimenticare qualcosa, di non imparare tutto ciò che c’è da imparare, che tengo sotto controllo sottolinenando i libri (e sottolineandoli con stratificazioni successive di colori diversi) era fuggita da quel libro dimenticato sul sedile e definitivamente perso e mi aveva riconcorso e raggiunto per strada, abbracciandomi la pancia da dietro la schiena. Che sfiga.

Il giorno dopo mi imbarcai sul volo di ritorno. Salendo in aereo ripensai al libro che avevo perso e pensai che sarebbe stato bello ritrovarlo sul mio sedile, scoprire che era stato ignorato durante le pulizie e rispettosamente lasciato al suo posto da chi aveva viaggiato su quell’aero dopo di me. In realtà non sapevo se quell’aeromobile fosse lo stesso dell’andata ma immaginai ugualmente un lieto fine per quella vicenda.

Ora, chi sta leggendo questo pezzo si fermi un attimo e provi a visualizzare la scena che sto per descrivere: guardo il numero della fila, è più avanti, guardo il numero della fila, è più avanti, guardo il numero della fila, ecco, è la prossima, posto finestrino, proprio questo qui che sta un po’ più avanti, meglio se sistemo prima il bagaglio nella cappelliera, alzo lo sportello, mi sollevo per spingere il bagaglio fino in fondo e lo vedo con l’angolo dell’occhio sinistro: sul mio sedile c’è un libro!

Era chiaramente un libro dimenticato da qualcuno perché in quella zona l’aereo era ancora vuoto. Mi guardai intorno per sicurezza: era proprio un libro dimenticato da qualcuno. Controllai carta d’imbarco, fila e posto: era il mio. Mi sedetti, presi il libro e mi guardai di nuovo intorno: era proprio un libro dimenticato da qualcuno. Non ci potevo credere.

Mi girai verso il finestrino per ridere senza attirare troppo l’attenzione. Temendo che da un momento all’altro qualcuno ne avesse rivendicata la proprietà, fingevo nonchalance tenendolo tra le mani e non tenendolo e, per questo, non lo guardavo nonostante morissi dalla voglia di sapere chi fosse, cosa fosse. Quando fui abbastanza certo che nessuno avrebbe strappato dalle mie mani ciò che il mio karma cosmico mi aveva restituito, soddisfai la mia curiosità e, boom, era “Musica per organi caldi”, Charles Bukowski.

Forse fu perché avevo trascorso alcuni anni della mia brevissima giovinezza a coltivare il culto bukowskiano che sentii come se qualcuno stesse strizzando i miei occhi procurandomi, per un attimo, un paio di lacrime di commozione. Fu commozione pura, non tristezza, non dolore, né gioia. Direi forse estasi, estasi struggente di fronte alla potenza disarmante di questa incredibile sincronicità. E poi anche la mia bocca aperta da alcuni secondi mi commuoveva.

Quella volta, è raro che accada durante un volo, non dormii: divorai Bukowsky e, senza quasi rendermene conto, dall’aereo mi ritrovai a casa mia, a letto, che ancora leggevo.

Ero uscito di casa con un aplomb sveviano ed ero rientrato in piena fattanza bukowskiana: mai avevo dimenticato un libro in aereo e mai ne avevo trovato uno, ed ora, in un solo colpo, mi erano capitate entrambe le cose. Come in una bruttissima commedia americana, attraverso un aereo e, a sua volta, attraverso un libro, ero stato risucchiato in una vita passata della quale potevo sentire e vedere ogni cosa come fosse presente.

La mattina dopo, sistemando Musica per organi caldi nella mia libreria, poggiai entrambe le mani sulle due pile di libri che fungevano da Colonne d’Ercole del mio mondo narrativo: lessi i titoli di alcune decine di libri e vidi quante vite ero stato sino ad allora.

E ora che, millanta anni dopo scrivo questo pezzo, mi torna in mente Mario Luzi: “Si sollevano gli anni alle mie spalle a sciami. Non fu vano, è questa l’opera che si compie ciascuno e tutti insieme”.

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