Negli scogli e nelle chianche (a Zizì)

Io e BartL’ultima cosa ce l’hai detta con gli occhi chiusi e con un filo di voce. Sembravi parlare da solo o riferirti a un interlocutore immaginario. Ma a noi era chiaro che stavi parlando con noi, anche se fino a un secondo prima sembravi chissà dove e con chi.

Sto rivedendo una immagine bellissima… era di notte, tutto buio, eravamo in mare… io vi guardavo… vedevo tre teste bianche che spiccavano nel buio pesto della notte… che immagine bellissima… soprannaturale… e qui sei passato, per un attimo, al registro dialettale… perché i nostri nomi proprio non potevi dirli in italiano… Fleic, Lell e Provolin…

Poco dopo siamo ripartiti, salutandoti per l’ultima volta. Tu ancora gli occhi chiusi.  In piena notte, forse proprio mentre noi rientravamo nella tua Puglia, hai perso conoscenza.

C’è qualcosa di magico in questa coincidenza: il nostro viaggio è stato un modo, il nostro modo, per lasciarti andare, per liberarti da noi, per dirti tranquillo, è tutto a posto, puoi partire, e invece forse un pezzo della tua anima si è attaccato a noi e con noi è tornato in Puglia, e appena entrato nella terra matria si è radicato in essa: negli ulivi, negli scogli, nelle chianche, nei nostri cibi. Nell’intimità che ci ha tenuti insieme a qualunque ora del giorno e della notte.

Oggi che ti separi da noi, i miei sensi mi restituiscono il sapore del brodo che preparavi per me, la seta delle tue mani, il profumo esalato dalla stufa, la tua voce fuori da casa mia, il tuo radicale essere te stesso, la mancanza di qualunque convenzione sociale.

Eri una sfida. Che qualche volta ho perso e me ne sono vergognato. Eri un legno sottile e durissimo. Al quale tante volte mi sono aggrappato. Ci lasci pieni di un vuoto enorme. Anche la strada lergh sembra diversa, adesso. La strada lergh che è dentro di noi.

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Questa voce è stata pubblicata il 5 giugno 2017. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento

One thought on “Negli scogli e nelle chianche (a Zizì)

  1. Caro Felice, ieri e oggi, due giorni in cui il dolore sembra non avere confini. Ho letto ora il tuo pezzo. Appena terminatolo ricevo la telefonata di Alan Stewart per chiedermi se stasera lui e sua moglie Jane possono venire a trovarci. Gli rispondo che certamente sì, possono venire. Riattacchiamo. Mi torna alla mente una memorabile vacanza natalizia trascorsa quasi per intero intorno ad una iperconviviale tavolata a casa tua/vostra. Per tutte quelle notti Bartolino e Alan hanno condiviso lo stesso letto: Bartolino, l’uomo del Sud per antonomasia, ed Alan, gentiluomo scozzese, tutto aplomb e formalità, tutto college e inossidabile monarchia. Entrambi, ciascuno a suo modo, disinvolti in quella fortuita intimità. Un grande abbraccio.

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