L’Epifania del figlio.

IMG_6160Uno. Genitori che accompagnano figli troppo giovani che partono. Alla stazione conto almeno dieci nuclei simili al nostro: la sera di Santo Stefano è una sera di partenze, a quanto pare, e di separazioni. Se il Natale è la festa della famiglia, una decina di natività sono qui in stazione e la mangiatoia è il treno sul quale il Bambinello si ripone da solo, con la prenotazione nell’iPhone.

Due. Proietto su questa generazione in partenza l’agitazione e la fermezza che immagino in mio figlio: ansia e determinazione, paura e controllo, sguardo in alto e mani in tasca, cerca di dormire che domani lavori. Mi commuove questa ambivalente trepidazione che mi sembra così simile a quella del primo giorno a scuola da solo, a quella della prima uscita con gli amici nella Villa comunale, a quella di ogni prima volta. Anche se questa non è una prima volta. Ma per la mia serena disperazione ogni partenza è una prima volta, ogni separazione è una prima separazione.

Tre. Prendono tutti il treno per Milano. C’è un treno più evocativo di un treno per Milano? Anche noi prendevamo tutti il treno per Milano: quando il treno arrivava in stazione, i grandi correvano e affiancavano il treno che rallentava e prima ancora che fosse fermo salivano a bordo per conquistare i pochi posti liberi. Le valige salivano dalle finestre ed anche i bambini, spesso. Si urlava molto, non so perché ma si urlava molto, per ogni cosa si urlava.

Quattro. Qui invece sembra un acquario: le natività dialogano tra di loro sottovoce, alcune stanno in silenzio e si guardano. Questa è la generazione iPhone: diecimila applicazioni e una batteria che non ti porta lontano, devi fare tutto in fretta e cercare una ricarica. È una generazione che ha tolto la suoneria: ti chiama quando ha bisogno ma quando chiami non risponde. Ha preso il volo. Troppo impegnata a vivere. Poche parole sul momento, molti sms in chat durante la notte.

Cinque. È apparso la sera di Natale, poco prima di mezzanotte, poco prima della processione col Bambinello, colmando di stupore una casa che lo sapeva a Milano. La sorpresa non sta nello scherzo orchestrato coi parenti alle nostre spalle. La sorpresa è la nostalgia, la voglia di tornare, anche solo per due notti. La sorpresa è l’impassibile allegria, impassibile come sempre ma questa volta allegra, appena visibile nello scorcio dell’abbraccio materno, molto visibile nella ricerca del nutrimento, simbolico della vicinanza, materiale del cibo di casa.

Sei. È apparso la sera di Natale, come un Re Magio arrivato troppo presto. Come San Nicola arrivato appena in tempo, con un sacco di regali, ogni parola un regalo, un sacco di parole. Così tante parole che bisogna fare spazio, spostare qualcosa, per avere dove metterle. Così tante parole che non si riconosce: la distanza mette parole a volte anche in chi è fatto di silenzio. Le parole da lontano a volte sono una Epifania: e allora è una Befana, arrivata a casa sua.

Sette. Lo guardo da lontano salire sul treno. Guardo da vicino noi due che invecchiamo. Questa disperata serenità non ha bisogno di parole speciali, la liturgia della vita quotidiana ha parole ordinarie, di ordinaria estrema importanza, che dicono dell’orgoglio e della paura, che la vita non va edulcorata: ad ognuno le sue fatiche. Non lo guardo il treno che parte, le mie separazioni avvengono dentro di me, non fuori nelle cose materiali. Non lo guardo, mi giro e mi avvio verso le scale, verso una vita che non va edulcorata: ad ognuno il suo dolore. Mi fermo. Aspetto di essere di nuovo due e ci avviamo.

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Questa voce è stata pubblicata il 30 dicembre 2016. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento

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