Fare piccoli per farsi grandi

wolf_in_sheeps_clothing1Vincenzo ha fatto il maestro di scuola elementare per tutta la vita ed oggi che è in pensione fa il maestro in un CAS, un Centro di Accoglienza Straordinaria per rifugiati. In classe ha una trentina di ragazzi tra i 18 e i 25 anni provenienti da molti Paesi africani e del Medio Oriente.

Vincenzo, che inserisce la sua attività di maestro in una bellissima visione politica della vita, del mondo e delle relazioni umane, mi scrive: Alcuni giorni or sono ho letto e insieme abbiamo commentato le cifre dell’ultimo Rapporto Protezione Internazionale: nel 2015 oltre 65 milioni migranti forzati nel mondo, 24 persone al minuto per 365 giorni. Ho interpretato i loro sguardi, mi chiedevano almeno un po’ di speranza. Non sapevo cosa rispondere. Ho detto loro che spero in una prossima leadership mondiale in mano alle donne. Ho fatto capire loro che l’esperienza della maternità segna le donne nel corpo e che pertanto la loro pratica, la loro più che millenaria esperienza nella cura dei figli, le rende forse meno aggressive nei confronti dei propri simili. È iniziato prima con un brusio e immediatamente dopo con espressioni di aperta disapprovazione. Impossibile proseguire. (…) Stamattina abbiamo continuato a riempire lo schema delle storie personali di ciascuno. Siamo alle ragioni che hanno determinato l’emigrazione: ragioni religiose, politiche, economiche, private. Giunti alle ragioni private prendo come esempio la condanna dell’omosessualità che vige in diverse nazioni africane. Stavolta non c’è neanche il brusio propedeutico, la classe si scatena, circa trenta allievi immigrati provenienti quasi tutti dall’Africa più tre pakistani si scagliano contro gli omosessuali (…), stavolta le vittime, coloro che io ho sempre visto come vittime, connotando questa definizione con ogni sorta di aggettivo positivo, si stanno trasformando in carnefici.

Mi torna in mente Giovanna, una giovane donna ospite insieme alla sua bambina di una casa rifugio perché vittima di inaudite violenze e abusi. Giovanna era apertamente omofoba e non ne voleva sapere di condividere la casa con una giovane trans – anch’essa vittime di inaudite violenze – perché la considerava feccia della società. Mi tornano in mente tantissimi casi simili, incrociati in trentacinque anni di lavoro sociale. Nunzio, ad esempio, un ragazzino affetto da distrofia muscolare di Duchenne che tanti anni fa faceva orgoglioso sfoggio del suo argomentato razzismo nei confronti di uno dei volontari che cercavano di rendergli migliore quell’esistenza che da lì a poco sarebbe finita.

Lo shock antropologico che ha subito Vincenzo, insomma, è vecchio come il mondo e il meccanismo che lo origina è un classico errore epistemologico: è il processo di idealizzazione delle vittime.  Se fosse un dispositivo retorico consapevole, questo errore epistemologico sarebbe una sineddoche: la parte per il tutto, la vittima per la persona, ovvero la persona è in toto buona e degna di essere amata in quanto vittima di una ingiustizia. E invece l’ingiustizia, seppur gravissima, spesso è riferita ad un solo segmento dell’esistenza di una persona la cui esistenza complessiva è normalmente ben più variegata e non necessariamente dello stesso segno.

Si racconta che durante il ’68, in occasione di una assemblea studentesca alla quale parteciparono anche molti operai, Mario Capanna diede dello stronzo a un operaio che era appena intervenuto. A chi lo contestò animatamente dicendo “la classe operaia è sacra e va rispettata”, Capanna rispose ricordando una regola matematica: “la classe operaia è sacra, ma il singolo operaio può essere stronzo”.

Per cui: la classe delle vittime è sacra, ma la singola vittima può essere uno stronzo. Mutatis mutandis: la parte-vittima di una persona va rispettata e presa in carico, ma la parte-stronza di quella stessa persona va riconosciuta per quello che è e, se è indipendente dalle circostanze che l’hanno resa vittima, cioè se non è una sua diretta conseguenza, non va nascosta per pietà o per tifo.

Quello in questione è uno dei più classici esempi di autoinganno di cui sono vittime molti operatori sociali, quale che sia la loro professione specifica. I più esposti sono quelli meno esperti ma anche quelli con una forte motivazione sociale e ideologica, i militanti, perché sono quelli che più facilmente si ritrovano, invece che a promuovere cambiamento, a tifare incondizionatamente per qualcuno.

Tra tifo incondizionato e razzismo non c’è alcuna differenza epistemologica: la persona in oggetto viene considerata nuda vita, semplice esistenza biologica, che – per esempio nel nostro caso della vittima idealizzata – non deve rispondere di nulla, è ontologicamente buona. Ma non rispondere di nulla significa non avere poteri e dunque, più drammaticamente, significa non avere il diritto di avere dei doveri.

Da vittima a non-persona, dunque, grazie a un meccanismo involontario quanto perverso molto diffuso nel lavoro di cura e nel lavoro sociale: questo meccanismo è la diffusa tendenza a inferiorizzare il destinatario dell’intervento rispetto all’attore dell’intervento, del curato rispetto al curante, dell’aiutato rispetto all’aiutante.

L’idealizzazione della vittima è una trappola potente nella quale la vittima cade suo malgrado: se viene idealizzata viene simultaneamente minimizzata, cioè privata della sua complessità esistenziale e identitaria. La vittima idealizzata viene inferiorizzata.

Va da sé che spesso questo meccanismo involontario è causato dalla inesperienza di chi lo agisce: in questi casi, come nel caso di Vincenzo, un feedback ben argomentato è sufficiente a innestare una nuova epistemologia, una nuova consapevolezza e una nuova competenza.

Molto più spesso, invece, in particolare quando è potente, questo meccanismo perverso è funzionale al proprio IO grandioso: che fagocita l’Altro, la sua originale specificità e la sua irriducibile complessità e li fa scomparire.

Lo schema è fare piccoli per farsi grandi. E per l’Altro sono cazzi amari.

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