La mia materna nudità

me-da-piccoloLavorai per molto più di tre anni per scrivere Ho perso le parole. Quando fu definitivamente concluso decisi che, per non dimenticare quel lavoro, dovevo fare un segno permanente sul mio corpo. Un’incisione, un tatuaggio. E non poteva che essere un elefante, ovviamente. Cercai un disegno col quale potessi identificarmi e mi misi in attesa di un cenno, una indicazione che mi informasse che era il momento.

I cenni arrivarono ma io aspettai sempre quello successivo perché, mi dicevo, sarebbe stato quello vero. Perché più forte era il cenno e più forte, o più grande, sarebbe stato il segno. Nel giro di qualche mese abbandonai l’idea del cenno e del segno, di uno come dell’altro. Ma non fui in grado di spiegare a me stesso la ragione di questo sentimento. Lasciai perdere, semplicemente, ma sapevo che sarebbe arrivata un giorno da sola la comprensione.

E arrivò. Arrivò un giorno che improvvisamente vidi il mio petto e le mie spalle nude nel grande specchio davanti a me. Preso da questo improvviso vedere fissai a lungo la mia nudità. Vidi che mi era famigliare, di una famigliarità antica, più antica di quel momento e più antica anche di me. Per la prima volta vidi che quel corpo era fuori di me, che io ero dentro e quella materia nuda era fuori. Quel ponte che rende possibile l’esistenza e la relazione, era un ponte che non partiva da me. Da me, semmai, ri-partiva verso il mondo esterno. Ma non partiva da me. A me arrivava da un altrove che mi era famigliare, che ero io ma non ero io. Da dove?

Guardai e pensai. Stetti e aspettai. Sapevo che sarebbe arrivata. E arrivò, la comprensione.

È mia madre. Questa immacolata nudità è mia madre.

Questa pelle un tempo si staccò da lei e si fece infinitesimo esoderma e si fece corpo nudo, nudo come l’esistenza. La sua e la mia esistenza.

In quel momento, davanti a quello specchio, al cospetto di quella nudità io la rividi: rividi lei e la nostra connettività. Vidi che questo corpo e questa relazione non sono narrazione, non sono metafora: sono materia, sono materiale connettivo, materia connessa di segni infiniti, di calligrafie, di geometrie. Biancore di pelle che non sono io. Che sono io ma non sono io.

Nell’attesa vana del suo ritorno, delle sue labbra fredde, delle sue dita sottili, la mia nudità originaria mi aveva consolato ed io, inconsapevole in simbiosi, l’avevo protetta. Nell’attesa vana del suo ritorno, in questa esistenza senza protezione, porto mia madre nella pelle, mia madre mi porta nella mia pelle.

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Questa voce è stata pubblicata il 26 novembre 2016. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento

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