Le parole sono muscoli

1_672-458_resizePer me la vera morte è l’ispirazione che non scorre più canta Caparezza. Se sto dentro questa metafora vedo che io sono uno che ripetutamente si toglie la vita. L’arma di questo ripetuto suicidio è il mio silenzio, che è l’ossigeno che mi consente di vivere una invisibilità almeno sufficiente, ma che si nutre – questo mi è chiaro – anche della mia pigrizia. E però questa volontaria, necessaria e pigra afasia alla lunga si incista e mi rende muto mio malgrado: le parole sono muscoli, se non le usi si atrofizzano, se le usi male si strappano. Il crampo delle parole è il più doloroso.

Vale anche per il muscolo della parola la regola dell’autoinganno: più fai nulla e più ti senti stanco. La stanchezza, spesso, è il frontespizio dell’inerzia. La verità è in quarta di copertina: è sotto gli occhi. Ed io la conosco bene, so bene quanti articoli di questo blog aspettano di avere una forma più definita, di essere sviluppati o anche solo di essere finiti. A volte li rileggo tutti, uno per uno, e prometto che qualcosa farò, per loro e per me, per me che nella stagnazione imbruttisco.

La cura, in questo caso, è omeopatica: quando sono troppo stanco e troppo afasico, quando le parole stanno inerti sul fondo, ammassate una sull’altra, confuse fra di loro, opache e atone, indifferenziate, che è la cosa peggiore che possa succedere alle parole, di non essere differenti tra di loro, allora devo fare una cosa, non una cosa qualsiasi, ma una cosa ben precisa e solo quella: devo portare dentro di me altre parole, devo ascoltare parole, devo leggere parole. Parole rigorosamente altrui e non parole mie: le parole mie non creerebbero incontro con le altre mie parole e le parole, questo è quello che so, si attivano solo se c’è l’incontro con l’alterità. Nell’incontro con l’alterità, le parole lievitano, si tonificano, si dinamizzano. Riprendono a vivere.

Devo portare dentro di me parole altrui, devo ascoltare parole altrui, devo leggere parole altrui. Ma parole rigorosamente vecchie e mai parole nuove: le parole nuove comportano una fatica che quando sono stanco non posso sostenere, che da pigro tendo a fuggire. In queste condizioni le parole nuove possono apparirmi aspre e dissonanti, fredde e spigolose. In queste condizioni ho bisogno di parole calde e assonanti, dolci e rassicuranti, levigate e rotonde. Ho bisogno di parole che mi siano intime e confidenti, che mi conoscano bene.

Altrui e vecchie sono le parole che mi guariscono: incontro e conoscenza sono due categorie formidabili perché stanno sempre insieme e perché sono inesauribili. Incontro e conoscenza: potrei dire esistenza ma dico incontro e conoscenza. Come accade con i bambini che ascoltano e riascoltano la stessa fiaba, che guardano e riguardano la stessa animazione, che leggono e rileggono lo stesso libro, e così facendo accedono a significati nuovi e successivi, e così facendo costruiscono sé stessi e il mondo, così io rileggo e riascolto parole altrui che conosco a memoria e queste smuovono qualcosa, creano movimento, danno frutti. Incontro e conoscenza sono inesauribili proprio perché stanno sempre insieme.

Non si pensi, per quanto mi riguarda, a un movimento interiore razionale. Affatto. L’idea compiuta è piuttosto un epifenomeno, o semmai un’emergente, di una manomissione emotiva ben più sommersa che non ho idea di dove avvenga, se nella pancia o nella gola. Non c’è rigidità, non sono cubi da mettere in uno degli infiniti ordini possibili, come in uno Scarabeo interiore. È morbidezza, è materia plasmabile che prende le forme più disparate (perché il discorso è aperto e inesauribile) ma che per essere lavorata deve prima essere massaggiata per sciogliersi fino a liquefarsi: dalla materia solida alla liquidità e poi di nuovo temporanea solidità, questo è l’iter infinito della parola.

Le parole altrui e vecchie mi guariscono liquidandomi, rendendomi liquido. Come quella volta, su un treno regionale di Trenord che una signora si accorse che piangevo e mi chiese se poteva fare qualcosa per me e io spostai la cuffia dalle orecchie, tirai il fiato e le dissi “Sì, grazie: mi lasci fare che sto proprio benissimo” e aggiunsi “Mi sto curando”. Avrei voluto dirle anche “anzi, mi faccia un favore, se dovessi smettere di piangere mi prenda a schiaffi”, così, per ridere insieme, ma non glielo dissi che chissà cosa avrebbe pensato. E allora risi da solo ma senza smettere di piangere e, soprattutto, senza smettere di ascoltare le parole altrui e vecchie di Enzo Avitabile dalla voce di Giovanna Marini.

Dovetti sembrarle pazzo. Tutta colpa della massaggiata morbidezza delle parole altrui.

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