Il balcone sul cortile

cortileQuando cedo, Francesca mi regge. Quando sto per liquefarmi, mi coagulo intorno a lei. La sua presenza mi rassicura. Come un mese fa, che dopo trent’anni che stiamo insieme, per la prima volta mi accompagnò a fare un giro tra i luoghi della mia infanzia. L’ultima volta che c’ero stato avevo le vertigini. Ed anche quel giorno le avevo. E lei le assorbiva.

Entrammo nel portone di casa mia, alzammo la testa per guardare la loggia al quinto piano. E poi la trattoria sotto casa, la vetrina del prestinaio, il bar che fu di mia zia, la casa dei miei amici di scuola, il Politecnico, l’oratorio, viale delle Rimembranze, la scuola materna, la scuola elementare, la cartoleria. Barcollavo. E vedevo soprattutto quello che non c’era più: la drogheria, il barbiere, il fruttivendolo, il benzinaio, la latteria di mia zia. Non c’era più Ernani, la Fulvia, la Malossi, i Traversi, il signor Panagulis. Avrei potuto morire guardando queste mancanze. E allora parlavo, che è un modo per non morire.

Il giro sarebbe finito in un punto dal quale potevo vedere la scaturigine del mio mondo. E la vidi. E mentre fuori continuavo a parlare, dentro scese il silenzio. Guardavo da lontano il balcone che affaccia sul cortile. E tutto si fermò davanti a quella ringhiera, davanti all’immagine delle mie gambe a penzoloni sul cortile, davanti all’immagine del mio sguardo verso il Campo Giuriati. Quel balcone sul cortile è la copertina della mia biografia, della mia vita.

Prendemmo poi il trentatré. Nove fermate sono un tempo buono per pensare. E pensando mi sembrò finalmente di capire perché quel balcone ancora oggi conta più di tutto il resto: seduto sul pavimento di quel balcone, con le gambe infilate tra le ringhiere, più di quarantacinque anni fa cominciai a raccontare la mia storia. A me stesso, ovviamente. E cominciai ad ascoltare la mia storia. Da me stesso, ovviamente. Se oggi ogni luogo è il luogo dove vivono le mie parole, c’è un solo luogo dove sono nate le mie parole: è quel balcone.

In quel tempo la mia storia era la storia di uno che, tra le altre cose, era sempre fuori luogo, era sempre in un altrove: quando eravamo a Milano ero figlio di immigrati e quando eravamo a Trani ero il bambino milanese in vacanza. Quali legami sono possibili quando si vive in questo assetto pendolare? Quali vincoli possono impegnarti con te stesso, con gli altri, con il mondo? Seduto sul pavimento di quel balcone imparavo la mia stabile precarietà e creavo le condizioni del mio attuale intimo e radicale non sentirmi mai a casa mia, di questo mio stare sempre sulla soglia, con un piede dentro ed uno fuori.

Tantissimi anni dopo avrei imparato da Abdelmalek Sayad che si chiama doppia assenza quella mia condizione di allora: quel sentimento di provvisorietà, quel modo di comportarmi come fossi transitorio in ogni spazio, in ogni tempo.

È passato un mese da quella vertigine davanti alla scaturigine del mio mondo. Tra un paio d’ore comincio il mio intervento a un Convegno dell’Ordine dei Medici di Verbania. Mi hanno chiesto di spiegare cos’è la doppia assenza e cosa è bene che sappia chi si prende cura di un migrante.

Perché è questo che succede nella vita: che biografia e teoria si alimentano a vicenda. Le nostre esperienze condizionano le nostre conoscenze e le nostre conoscenze condizionano le nostre esperienze. Imparare dalla vita. Una vita per imparare.

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Questa voce è stata pubblicata il 8 ottobre 2016. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento

One thought on “Il balcone sul cortile

  1. Comincio la mia giornata con una lenta colazione e una lenta lettura del tuo blog. I luoghi, gli stessi dei miei primi giorni a Milano, l’età diversa, più adulto io, ma vent’anni sono pochi e il senso dello spaesamento, dell’altrove, mi riportano al tuo balcone. Il tram numero 33, da piazza Sire Raul a Roserio. Ho incontrato il manovratore anni e anni dopo nel gabbiotto della stazione della metropolitana di Piazza Lima, l’ho immediatamente riconosciuto, sentivo verso quell’uomo una prossimità che lui non poteva neanche immaginare, mi avvicinai e glielo dissi, mi fece un sorriso partecipe, solidale. Nella migrazione a Milano avevo perso le parole, sentivo intorno a me dei suoni sconosciuti. E ancora suoni sconosciuti ho sentito intorno a me prima di lasciare Milano, vent’anni dopo. Ma stavolta gli idiomi erano completamente sconosciuti. Suoni slavi che paradossalmente mi rimandavano al mio dialetto originario. Quanta fatica per ritrovare le parole, le ho dovute cercare in un altrove parallelo, in un ambiente per me pulito, non inquinato dal senso d’angoscia delle parole fin lì imparate, sature di vissuti border line, al limite della disperazione. Con la lingua francese e la lingua inglese mi sono costruito una rete in grado di sorreggermi. Ho imparato ad affittarle, ancora oggi ne divento inquilino quando voglio sentirmi in uno spazio mio, meno condizionato dai miei vissuti che non sono mai riuscito ad integrare nella mia storia. Abitare nelle parole, nella loro accogliente plasticità, nel loro duttile adattamento, forse mi ha salvato la vita.

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