Separarsi per esistere

13247730_1129860863701245_3115300176036147569_oUno. Scrivo da una stanza all’ottavo piano di un albergo all’estremo sud della Spagna. Dalla finestra vedo case e strade che non conosco e che, eppure, mi sono familiari. Mi sono familiari perché sono le case e le strade che, ogni giorno, vede e percorre mio figlio.

Voi che avete figli piccoli che oggi accompagnate a scuola, vi avverto: un giorno verranno loro a prendervi in auto dall’albergo in cui siete alloggiati in una città che non conoscete e che loro invece conoscono bene e vi porteranno a cena in un posto che non avete mai visto dove la gente li saluta per nome. Quel giorno vi sarà chiaro che ogni cosa è cambiata e che indietro non si torna.

Due. Scrivo da una panchina di fronte alla statua di Cristobal Còlon: da qui partirono la Nina, la Pinta e la Santa Maria e per questo qui sono convinti che Cristoforo Colombo era spagnolo e ti guardano strano se gli spieghi che era italiano. Miracoli della familiarità che prima crea appartenenza e poi identificazione e poi ancora modifica i ricordi con il trucco della memoria.

Da questa panchina guardo mio figlio esistere e riconosco il mio modo di esistere e ricordo tutte le volte che quando era bambino gli dicevo “te-ambaré e te-a-pèrd“.

Tre. Te-ambaré e te-a-pèrd: letteralmente “devo insegnarti e devo perderti“. Nel nostro dialetto insegnare si dice imparare. Meravigliosa sapienza linguistica: insegnare e imparare sono sinonimi, descrivono una relazione reciproca nella quale i ruoli si sovrappongono, chi insegna sta imparando e chi impara sta insegnando. Nel nostro dialetto imparare è un verbo transitivo (ti imparo una cosa nuova) che descrive una trasformazione diretta: ti imparo equivale a ti trasformo.

Quattro. Te-ambaré e te-a-pèrd. Ti insegnerò tante cose e ti perderò, dice il padre al figlio.

Quanta amara verità in questo mantra dialettale: il ruolo e il destino, la relazione e la destinazione. La famiglia è il luogo proprio dell’apprendimento e l’apprendimento più radicale è apprendere a separarsi. In famiglia si apprende e ci si separa.

Te-ambaré e te-a-pèrd è un monito, un mandato di libertà, una promessa di non possesso: devo insegnarti e non devo tenerti, devo insegnarti per non tenerti, devo insegnarti lasciarti andare, devo insegnarti a lasciarti andare.

La mia lingua mi insegna a vivere.

Cinque. Scrivo dalla sala d’attesa del reparto d’urgencias di questo ospedale andaluso. A poche ore dalla nostra ennesima separazione, un disturbo della pelle ci costringe a stare fermi per curarci. È una coincidenza dia-bolica quella che separa, è sim-bolica quella che unisce: questo disturbo tiene unito ciò che sta per separarsi e lo fa con la coincidenza della pelle perché dalla pelle un giorno tutto comincia, perché la pelle ci unisce e ci tocca. È evocativa anche la coincidenza di doversi curare: ci ricorda che non si smette mai di prendersi cura l’uno dell’altro, che la cura reciproca segna il nostro tempo, che separarsi è se-pararsi ovvero proteggere sé stessi, prendersi cura di sé stessi. Ci si separa per proteggersi.

La famiglia è un luogo meridiano e il suo tempo è la lentezza perché la lentezza è il tempo dell’amore e della conoscenza (Franco Cassano docet).

Sei. Scrivo un attimo dopo un lungo abbraccio e un attimo prima dei controlli di sicurezza mentre la femmina del branco benedice il suo cucciolo con le lacrime della maternità eterna.

Sono molto stanco perché dentro di me lavorano tante separazioni. Le separazioni lavorano sempre, non smettono mai di lavorare.

Lavorano le separazioni antiche mostrandosi a noi ogni giorno oppure per qualche istante, chiedendoci di essere risarcite, spiegate, risolte, ammesse, cancellate. Lavora dentro di me la separazione antica da mio padre che mi diceva te-ambaré e te-a-pèrd e che davvero mi lasciò andare e non mi tenne.

Lavorano le separazioni in corso mentre ci lacerano e ci salvano, lavorano affinché non le si ignori facendo finta di niente, lavorano per creare le condizioni del dopo, per ridare senso al prima, per vivere intensamente il durante. Lavora dentro di me la separazione odierna da mio figlio che si allontana da me per prendere la sua forma: bisogna distanziarsi per risignificarsi, per darsi un nuovo significato di sé, bisogna separarsi per esistere.

Lavorano le separazioni future affinché noi ci si prepari adeguatamente, lavorano incessantemente e noi lavoriamo con loro preparandoci ogni giorno ma ritrovandoci ogni volta impreparati: quando arriva, la morte è sempre prematura e ingiusta. Lavora dentro di me la separazione dalla pelle dei miei figli ed io la lascio lavorare: non la temo e non la aspetto perché spero di esistere nella loro memoria per sempre, finché ci saranno.

Aspettare e sperare, in spagnolo, è un solo verbo. La lingua ci insegna a vivere.

Sette. Scrivo seduto davanti alla tomba di mio padre. Sono passati alcuni giorni da quando sono tornato dalla Spagna. Sono passati alcuni anni dall’ultima volta che sono stato qui. Devo farmi perdonare tante cose. Devo perdonare tante cose. Devo separarmi e ritornare.

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Questa voce è stata pubblicata il 21 maggio 2016. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 5 commenti

5 thoughts on “Separarsi per esistere

  1. Felice, sono commosso: una pagina splendida ! Un abbraccio forte a tutti, e soprattutto a Francesca e a te Un saluto africano un po’ nuvoloso e piovoso Giuà

  2. Salve prof.Felice, sono una lettrice dei suoi articoli che spesso mi toccano nel profondo e desidero ringraziarla tanto. Questo in modo particolare sento che ha toccato alcune corde della mia vita e ogni volta che lo leggo le fa vibrare.Crescere è proprio imparare a lasciare andare:sogni romantici.ideali impossibili,desiderio di invulnerabilità, ogni distacco è vero sembra impoverire ma permette ad altro di me di vivere. Sa prof. mi tornava un altro esempio quando Dio creò la terra è scritto nel primo libro della Bibbia ogni volta che crea un elemento lo separa dall’ altro affinchè questo prenda vita….BUONA VITA PROF!!!! gabriella

  3. Il numero tre di questo elenco è ciò che mi ha guidato per un’intera vita professionale: insegnando imparavo e oggi che sono in pensione, continuo ad imparare… leggendo i volti delle persone, soprattutto di chi – come scrivi in un altro tuo post – cammina con la testa bassa, leggendo tutto ciò che vivo, il territorio e le mille situazioni della vita. Cerco anche di capire, ma qui spesso l’impresa diventa quasi impossibile: per esempio, come si fa a trasformare il nostro Mediterraneo in un mare tombale per migliaia di esseri umani, nati per caso nella parte meno fortunata di questo mondo?
    Tornerò presto qui su questo blog, scoperto per caso (evviva la serendipity), anche perché sono pugliese anch’io…
    Un caro saluto
    Cristina

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