Airport Rieducational Channel

GuzzantiGli aeroporti furono inventati per consentire a me di osservare il comportamento degli umani. Una invenzione costosa, questo è chiaro, considerato soprattutto il fatto che non riuscirò a vederli tutti e che spesso mi addormento e mi sveglio solo quando la coda dell’imbarco è finita. A volte invece non mi addormento e sono costretto ad osservare.

Oggi c’è una mamma e, in braccio a lei, c’è una bambina di diciotto mesi (le mamme dicono sempre l’età delle bambine quando una vicina di coda le guarda) che piange perché vorrebbe scendere e camminare da sola. Non si limita a piangere, ovviamente: spinge per scendere e questo movimento costringe la mamma a una sorta di corpo-a-corpo e a una sequela di minacce: “Finiscila che adesso questo signore vestito di arancione ti porta via”, “Finiscila che adesso il pilota non ti fa salire sull’aereo”, “Guarda questa signora come si sta arrabbiando”, “Se non la smetti questo signore ti rimprovera”, e via così ad libitum anche per colpa di una coda lentissima.

Il mio turno arriva sulla scaletta dell’aereo: “Se non la smetti questo signore con la barba ti porta via”. La bambina mi guarda, interrompendo solo per un attimo la litania ipnotica che va avanti da dieci minuti. Io guardo la mamma impassibile come se non capissi la lingua. La mamma guarda la bambina e poi riprende la rassegna delle persone che avrebbero dovuto spaventare o convincere la bambina. Per lei va bene chiunque, tranne sé stessa.

Ho pensato che potevo chiamarla “Mamma by proxy“. La mamma by proxy non dice mai “Finiscila!” e basta. È la versione parossistica della mamma che dice “Quando torna tuo padre gli racconto cosa hai fatto e per te sono guai”, che tu pensi “Ma non possiamo vedercela tra di noi?”. Quando una mamma, o un papà, by proxy fa l’insegnante, a scuola dice “Adesso chiamo il Preside”.

Il presupposto fondamentale della relazione by proxy è darsi assente nella relazione, affermare in tutti i modi di non essere un soggetto senziente. Capisci che hai fatto un buon lavoro quando tuo figlio a tavola, presenti tu e tuo marito, chiede a te di chiedere a suo padre se può rientrare un po’ più tardi. Vuoi essere uno snodo, non un persona, e la gente si adegua.

Un’altra volta non ero riuscito a dormire mentre la coda si imbarcava perché un bambino di ventisei mesi (le mamme dicono sempre l’età dei bambini quando una vicina di sedia le guarda) correva tra le sedie con l’aria di chi si divertiva un mondo. Questa mamma non era by proxy e gli intimava ripetutamente di sedersi e stare e fermo e basta.

Ad un tratto gli altoparlanti diffondono l’annuncio di un’ultima chiamata, prima in italiano e poi in inglese. Il bimbo si ferma e ascolta attentamente e prima che possa riprendere a lavorare saltando da una sedia all’altra la mamma lo blocca e gli dice: “Hai sentito cosa hanno detto?”. Lui non ha il tempo di fare nulla, né di rispondere, né di ignorarla, perché lei subito aggiunge, imitando la voce metallica dell’altoparlante: “Attenzione! I bambini devono stare in braccio alle mamme!”. Non si può descrivere la faccia del bambino: mentre una paralisi da interdetto lo teneva bloccato in equilibrio tra due sedie, sulla fronte gli scorreva la scritta “Ma che cazzo stai dicendo??? Io non l’ho sentita questa frase!!!”.

Per sua fortuna si riaccendono gli altoparlanti: lui guarda verso l’alto con gli occhi sgranati e con la bocca spalancata, come fosse un orecchio aggiuntivo. Dall’altoparlante ci ricordano che non bisogna lasciare i bagagli incustoditi e poi tacciono, lui a bocca aperta resta in attesa di un segnale che infatti arriva, ma da sua madre che gli dice: “Hai sentito? Hai sentito che hanno detto che i bambini devono stare in braccio alle mamme???”.

Una foto della faccia del bambino avrebbe potuto vincere il Pulitzer. Straordinario. Guarda sua madre terrorizzato (non è bello il momento in cui devi decidere se tua madre è pazza o bugiarda). Cerca in un punto impreciso del soffitto dell’aeroporto un qualunque altoparlante che gli dica la verità ma ha paura perché non sa quale sia la verità peggiore. Guarda di nuovo sua madre e poi di nuovo in aria.

E infine guarda anche me e a me sembra che, disperato, mi stia chiedendo aiuto. E io, che conosco bene quello sguardo perché Carlo Verdone c’ha fatto la sua fortuna, decido che per una volta posso non essere asociale e intervengo in quel gioco folle. E glielo dico. Gli dico che non è vero, quella cosa gli altoparlanti non l’hanno mai detta, che può stare tranquillo che lui ci sente bene. E che sua madre gli ha detto una bugia. E che, secondo me, fa bene a saltare da una sedia all’altra.

A questo punto la coda è ormai finita e devo andare anch’io verso l’imbarco. Alle mie spalle la mamma, allibita, mi urla quanto sono diseducativo e maleducato. Nella mia mente scorre la scena del film Figli delle stelle in cui Battiston, ormai bloccato dalla Polizia, scende dall’auto e si arrende. E anch’io come lui, con voce rotta dall’emozione e con un accenno di sorriso orgoglioso, mi dichiaro prigioniero politico.

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Questa voce è stata pubblicata il 9 maggio 2016. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento

One thought on “Airport Rieducational Channel

  1. Caro Felice, non essendo un antropologo della psicoanalisi come te mi limito a commentare questa tua lucidissima riflessione sempre con la convinzione che chi ha una bicicletta che nn sa pedalare e si ostina a salirci su senza volerne seguire gli equilibri necassari per nn sbandare conta sempre su quelle rotelle di cui nn si libererà mai per paura di cadere.

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