Attendere l’inatteso

WilburCredo che non ci sia padre che non si chiederebbe come ciò sia possibile, eppure quando il dentista Wilbur Wonka aprì la porta del suo studio sperduto in una distesa di neve non riconobbe suo figlio Willy che non vedeva da tanti anni. Lo riconobbe qualche minuto dopo ma non dai suoi occhi, dal suo sguardo o dalla sua voce, come pure farebbe un padre al massimo della sua disaffezione: lo riconobbe dai suoi premolari.

È uno dei passaggi più belli de La fabbrica di cioccolato di Tim Burton e la scena seguente (un abbraccio così impacciato da risultare commovente) lo rende ancora più bello. Ma è anche un passaggio assolutamente didattico: io lo considero una lezione icastica del concetto di accecamento paradigmatico.

Edgar Morin definì accecamento paradigmatico la sindrome che colpisce coloro che restano prigionieri del proprio paradigma teorico, della costellazione di premesse che hanno costruito e dentro la quale sono rimasti chiusi. La principale conseguenza di questa auto-segregazione è l’incapacità di vedere/riconoscere ciò che sta al di là di quella costellazione e, corrispettivamente, la condanna a vedere solo ciò che quella costellazione ti consente di vedere. Wilbur Wonka guardava tutto, aveva guardato anche suo figlio quando se l’era ritrovato davanti alla sua porta, ma riusciva a vedere solo denti. Vedeva i denti delle persone e non le persone.

Quella dell’accecamento paradigmatico è una epidemia più diffusa di quanto si possa immaginare. Colpisce professionisti e artigiani, intellettuali e pragmatici, idealisti e cinici. Soprattutto colpisce coloro che alla complessità dei fenomeni preferiscono la semplicità delle cose, anche quando le cose non sono cose ma sono persone, sistemi, teorie. Quando un paradigma perde la sua caratteristica più importante (la flessibilità) si irrigidisce, si sclerotizza, si trasforma in una lente che distorce la realtà riducendola a meccanismi elementari, omogenei, semplicistici, predicibili, ricorsivi. In una sola parola: rassicuranti.

Rassicurante come l’idea onnipotente di predire la realtà seguendo alla lettera un manuale, celebrando pedissequamente la liturgia di un setting, aggrappandosi pervicacemente a un metodo.

Il cieco paradigmatico si trova dunque nella tragica condizione di chi non sa di non sapere per cui crede di sapere tutto. E non so se sia peggiore la causa o la conseguenza. Perché chi crede di sapere già tutto non cerca altro. O meglio: non cerca altro che non sia coerente col proprio sistema di premesse, che non stia all’interno del proprio paradigma. Dunque, per essere precisi, il cieco paradigmatico non cerca l’altro ma cerca sempre lo stesso. Ed è ovvio che lo stesso ha il vantaggio di confermare il paradigma, il sistema delle premesse.

Il cieco paradigmatico, insomma, è vittima di un potente autoinganno, una trappola dalla quale fa fatica ad uscire perché, parafrasando Einstein, il sistema di pensiero che dovrebbe liberarlo è lo stesso che lo ha imprigionato. Detto in altri termini: la peggiore delle prigioni mentali è data dal non saper apprendere. È in queste circostanze più che in altre che il conosciuto sbarra la strada al conoscibile.

Ma c’è una via d’uscita. L’antidoto all’autoinganno, secondo Morin, è un meraviglioso ossimoro: attendere l’inatteso. I miracoli dell’intuizione e dell’intelligenza (cioè della capacità di legare insieme, di connettere, cose che provengono da ambiti molto diversi tra loro) sono il risultato di questa metodologica interruzione di schema che presuppone la capacità e la voglia di predisporsi continuamente alla ridefinizione di sé in relazione al contesto.

Si pone in attesa dell’inatteso chi sa di non sapere: cioè chi è consapevole della propria oggettiva finitudine, chi sa bene che è impossibile padroneggiare il tutto, controllare la complessità. Attende l’inatteso chi sa apprendere, chi ha saputo emanciparsi dai sistemi di non-apprendimento della tradizione scolastica. Apprendere ad apprendere è terapeutico.

Tra chi attende l’inatteso e chi non si aspetta nulla, tra chi cerca sempre l’altro e chi cerca sempre lo stesso, tra chi sa di non sapere e chi non sa di non sapere, tra chi ha imparato ad imparare e chi non ha imparato ad imparare c’è, tra le altre, una cosa che fa la differenza: il grado di curiosità e di fiducia.

Chi ha curiosità e fiducia[1] sa guardare e vedere, sa ascoltare e sentire, sa fare e lasciar fare. Chi non ha curiosità e fiducia riduce la realtà a meccanismi elementari, omogenei, semplicistici, predicibili, ricorsivi. In una sola parola: rassicuranti. Come un plotone di premolari.

[1] Cfr. Scoprire di esistere in Mio fratello è figlio unico (ma ha molti follower) per un piccolo approfondimento sul ruolo di curiosità e fiducia nelle relazioni di cura.

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