Basta la parola

FalquiCi siamo frequentati per un periodo non breve (effettivamente frequentati è un termine che si può usare anche in casi come questo) e c’era tra noi molta simpatia reciproca e un pacato affetto. Mi accoglieva sempre chiedendomi, col suo marcato accento romano, se doveva preparare il caffè (a me, bevitore professionale di caffè, era chiaro che se un giorno gli avessi detto di no sarebbe rimasto male). So che ci faccio una brutta figura e potrei bluffare inventando un nome di fantasia, ma la verità è che non ricordo come si chiama. Ricordo bene la sua faccia, la sua voce, il suo cappello della Roma e tante altre cose, ma non come si chiama.

Ricordo bene, ciò che più conta, che parlando di sé usava spesso la categoria della cattiveria: parlando della musica che amava, per esempio, diceva che quella musica gli tirava fuori la cattiveria, parlando del suo cappello della Roma diceva che era cattivo come lui, eccetera. Parlava della sua cattiveria con orgoglio sia quando eravamo seduti in cerchio che quando preparava il caffè. E l’orgoglio con cui ne parlava mi diceva qualcosa.

Un giorno gli chiesi se, per caso e senza impegno, quando diceva di essere cattivo non intendesse forse dire di essere arrabbiato e se quella che chiamava cattiveria non fosse piuttosto rabbia. Rimase in silenzio (forse per la prima volta da quando lo conoscevo) alternando uno sguardo a me e uno alla caffettiera, uno a me e uno alla caffettiera, ad libitum. Aveva gli occhi sgranati e le labbra protese in avanti. E finalmente, stringendo nel pugno qualcosa che non c’era e farcendo la cosa con una quantità incalcolabile di cazzi, dichiarò la sua illuminazione: era arrabbiato (cazzo!) non era cattivo…

Ci ritrovammo in cerchio a ragionare sulla differenza tra cattivo e arrabbiato: la cattiveria è gratuita, la rabbia ha una origine; il cattivo è in debito nei confronti di qualcuno, l’arrabbiato è in credito nei confronti di qualcuno; e via dicendo. E i suoi occhi rimasero a lungo sgranati anche mentre parlava e prendeva appunti immaginari.

Quando finimmo il nostro lavoro lui era particolarmente euforico, sembrava fibrillare, ma non aggiunse più nulla su quella questione. Tempo dopo, molto tempo dopo, mi scrisse un lungo messaggio per dirmi che, in qualche modo, quella mattina la sua vita era cambiata. Non come a volte si vede nei film, che qualcuno muore o il mondo ti crolla addosso, ma in una maniera più sottile eppure più forte, perché alcuni cambiamenti sono piccoli e ti cambiano dentro.

Quello che era successo quel giorno è che aveva scoperto, capito, compreso di essere arrabbiato e non cattivo e questo nuovo apprendimento, questa nuova consapevolezza avevano messo a sua disposizione delle cose da fare, del materiale su cui lavorare. Ma soprattutto avevano messo a sua disposizione una nuova prospettiva: non solo futura, come sarebbe ovvio pensare, ma anche passata. Lo avevano insomma liberato dal presente assoluto della cattiveria.

Per me fu la conferma che a volte anche una semplice parola nuova può far stare meglio, che può bastare una parola nuova per aiutarsi a stare meglio. Perché le parole ci spiegano il mondo e quindi ci spiegano anche qualcosa su noi stessi che stiamo al mondo, su noi stessi che siamo il mondo. Una parola sbagliata può distorcere il mondo, un poco o tanto. Ma una parola nuova, o il nuovo significato di una parola vecchia, può ricostruire qualcosa, può ricostruire noi stessi e il mondo.

Senza le parole non esiste nulla. Neanche le emozioni.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata il 26 aprile 2016. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti

2 thoughts on “Basta la parola

  1. Trovo questo racconto molto bello… condivido in pieno l’importanza delle parole.
    L’unica cosa su cui non mi trovo d’accordo è la conclusione: “Senza le parole non esiste nulla. Neanche le emozioni.”
    La polemica è vecchia, ma io mi trovo fra coloro che pensano che il mondo esista anche se noi non sappiamo rappresentarcelo. Quindi le cose esistono e così le emozioni. Solo che noi non siamo in grado di “padroneggiarle”, di “appropriarcene” o di “penetrarle”.
    l’uomo riconosceva che qualcosa ci fosse, ma la chiamava “cattiveria” e questo non gli consentiva di uscire da uno stato di soggezione al suo sentire stesso. Poi, quando ha scoperto la parola giusta – la “rabbia” – è riuscito a chiarirsi a se stesso.

    Quindi, il tutto esiste anche oltre la parola. La parola – ed il concetto ad essa connesso – è uno strumento per approssimarci alla conoscenza ed alla manipolazione del tutto.

  2. Ciao Felice, è incredibilmente reale la tua riflessione riguardo alle “parole”. Le parole contengono un mondo significante. A volte l’utilizzo della parola giusta rimette in asse qualcosa che che per un momento, o forse più, è scivolato fuori asse. Le parole aiutano a ritrovare senso e significato. L’Uomo è stato dotato di questo dono e non usarlo è un vero peccato. Sarebbe necessario trovare le parole giuste per qualsiasi situazione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...