Studiare come scienza, applicare come arte

leonardoIl problema delle metafore è che sono polisemiche, aprono a più significati. Ma questo svantaggio dovrebbe ridursi nel momento in cui la metafora è inserita in un discorso più ampio e circostanziato.

Ho chiuso il post precedente immaginando John Nash che mette via tutti i suoi arnesi, compreso i manuali che, ho scritto, spero abbia studiato per bene. Studiato. La speranza, cioè, è che il Nash metaforico sia un professionista preparato. Talmente preparato da non aver bisogno di avere il manuale tra le mani per consultarlo passo dopo passo.

E questo è solo un primo livello, però, perché il nostro Nash dovrebbe anche saper fare a meno delle gabbie tassonomiche che impedirebbero alla sua competenza di esprimersi al meglio, di riconoscere quelle sfumature della realtà che rendono unica ed irripetibile ciascuna persona. Anzi, che rendono ciascuna persona, molteplice e moltoerrante.

Ho detto “gabbie tassonomiche” e non tassonomie: non si può operare in assenza di categorie di riferimento, ma non si può neanche operare chiusi in una gabbia. Le categorie sono dei punti di riferimento non sono la realtà, e la realtà non è una sabbia con la quale riempire le formine della spiaggia a proprio piacimento: se si dimentica questo piccolo dettaglio ci si ritrova chiusi in una gabbia dalla quale si fa fatica a vedere il mondo.

Un escamotage funzionale che consente di guardare alla realtà senza perdere di vista le categorie, ma usandole solo come punti di riferimento, come proposte dialogiche, come aperture in una negoziazione di significati, è l’uso metodologico del congiuntivo: le tattiche congiuntive, se ben utilizzate, possono disinnescare il rischio della violenza ermeneutica, dello stereotipo diagnostico. Perché il congiuntivo è il modo analogico della relazione (F. Di Lernia, Ho perso le parole. Potere e dominio nelle pratiche di cura. edizioni la meridiana. Molfetta, 2008).

Tornando alla metafora: tra chi disegna a mano libera avendo studiato e conoscendo benissimo, ad esempio, l’anatomia umana e chi disegna copiando da un altro disegno, magari poggiandolo su una superficie luminosa per ripercorrerne il perimetro, preferisco il primo tutta la vita.

Lo abbiamo detto un sacco di volte: solo chi conosce benissimo la musica e il pezzo che sta suonando può permettersi di improvvisare. Chi non conosce benissimo la musica, né il pezzo che sta suonando, deve limitarsi ad eseguirlo pedissequamente a memoria senza alcuna personalizzazione, senza alcuna contestualizzazione, senza alcuna attenzione al contesto specifico.

Il problema è che il concetto di improvvisazione viene utilizzato anche e soprattutto in senso negativo e dunque quando si dice di un professionista che sta improvvisando si intende chiaramente denigrarlo. E per questo io non uso mai questa categoria troppo ambigua. Ma al di là delle scelte terminologiche, quello che conta è che sia chiaro il concetto: solo chi conosce bene la materia, solo chi ha molta esperienza, solo chi ha saputo implementare questa esperienza in un processo rigoroso e consapevole di personalizzazione, solo chi nel tempo ha saputo forgiare un proprio stile, può permettersi di integrare categorie diverse, di vedere con occhi differenti, di cogliere le sfumature, di riconoscere che ogni persona è unica e irripetibile.

Il che equivale a dire, in fondo, che ogni professionista deve assumersi la responsabilità di quello che vede e di quello che dice, garantendo l’originalità dei suoi lavori, firmandoli come propri: non vale copiare. Soprattutto da quei Bignami dell’esistenza che sono i manuali.

Si tratta, insomma, di ricordarsi sempre che ci sono discipline che si studiano col genio della scienza ma si applicano col genio dell’arte.

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