Conoscere a mano libera

NashAl primo appuntamento con la mia psicoterapeuta arrivai con qualche minuto di anticipo e allora lei a un certo punto mi disse: “Vogliamo parlare della sua ansia che l’ha portata ad arrivare in anticipo?”. E così parlammo di quella cosa che per anni avevo erroneamente chiamato scrupolosità e rispetto per gli altri e che addirittura avevo teorizzato come indispensabile per una buona organizzazione. La consapevolezza di me maturata in quel colloquio aveva lavorato duramente nei giorni successivi e dunque al secondo colloquio arrivai con qualche minuto di ritardo, soddisfatto di aver capito che il mondo va avanti anche senza di me, che non devo per forza metterci del mio, che il caos ha una sua capacità autopoietica. Appena seduto la mia psicoterapeuta mi propose di discutere della aggressività passiva che avevo mostrato nei suoi confronti arrivando in ritardo. Fu una illuminazione: rividi sotto una luce diversa la mia scelta di stare sereno anche in quelle situazioni che mi è chiaro che non posso cambiare, la mia scelta di non replicare all’infinito, di non insistere nel voler cavare il sangue da una rapa. Siccome l’insegnamento era stato chiaro (trovare un punto di equilibrio dentro e fuori di me) al terzo appuntamento arrivai puntualissimo e fu allora che la mia psicoterapeuta mi propose di discutere di quei tratti ossessivi che mi spingevano ad essere puntualissimo. Non ci fu un quarto appuntamento: cambiai psicoterapeuta.

Ovviamente questa storia è inventata o, quanto meno, non è davvero capitata a me. La utilizzo spesso accompagnandola alla visione di una sequenza emblematica del film A beautiful mind di Ron Howard: mi riferisco alla scena in cui Russel Crowe alias John Nash, all’apice del suo delirio decodificatorio, alla ricerca di messaggi criptati dai servizi segreti sovietici, riempie il pavimento della sua stanza di ritagli di giornale che poi infila in buste che sigilla e sulle quali appone quel timbro fatale (CLASSIFIED) che rivela che la ricerca esasperata di segni (o di codici o, per essere più chiari, di sintomi) è indicativa di un certo accanimento classificatorio.

L’utilizzo generalizzato e massiccio del riduzionismo metodologico nella osservazione delle vicende umane ha prodotto una diffusione endemica delle psicometrie: generazioni di apprendisti stregoni hanno creduto di risolvere il senso di inferiorità delle discipline umanistiche nei confronti delle sedicenti scienze esatte scimmiottandole. A questo fattore storico e ormai radicato si aggiunge oggi la necessità di migliaia di nuovi professionisti di trovare una propria collocazione sul mercato della cura del cervello e della mente e questa necessità può essere soddisfatta solo (o soprattutto) a condizione di sfornare una quantità molto più elevata di diagnosi infauste.

A dimostrazione di questa tesi potremmo portare, senza timore di essere smentiti e sapendo di attirare molte antipatie, la pandemia di DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) di fronte alla quale veniamo interpellati ogni giorno: se da una parte è evidente una molto maggiore capacità di individuare quelle condizioni che un tempo, sfuggendo alla osservazione, relegavano migliaia di bambini e di ragazzi nel limbo della svogliatezza e della stupidità, limbo che moltiplicava il senso di inadeguatezza e l’incapacità di comprendersi, è altrettanto vero che il perimetro della normalità, intesa come insieme di variabili che sfumano una dentro l’altra dentro un certo grado di frequenza, si sta riducendo in maniera preoccupante a vantaggio di una espansione incontrollata del perimetro dei disturbi cognitivi e delle persone che ne sono colpite.

Propongo, dunque, di non scagliarsi solo contro Big Pharma e di considerare cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, il cominciare a problematizzare anche l’uso sconsiderato delle classificazioni esasperate. E i primi ad essere interessati a questa operazione deontologica e metodologica di monitoraggio dovrebbero essere proprio i professionisti più seri del settore, che dalla inflazione del mercato non hanno nulla da guadagnare giacché se tutti sono malati nessuno è malato.

Torna utilissimo, a questo punto del ragionamento, un altro film straordinario: Genio ribelle di Gus Van Sant. Matt Damon alias Will Hunting è l’emblema perfetto della deriva classificatoria essendo il prodotto di una operazione sistemica e inter-istituzionale di classificazione ma essendo, anche e soprattutto, egli stesso produttore compulsivo di classificazioni che non risparmia neanche nel momento del primo, violentissimo, colloquio con Robin William alias Sean McGuire, psicoterapeuta al quale è stato assegnato per l’ennesimo tentativo di guarigione. Nella scena del colloquio davanti al laghetto Matt Damon e Ben Affleck (che sono gli sceneggiatori del film) mettono a nostra disposizione un testo illuminante che delinea in forma poetica la differenza tra l’esperienza e la competenza, tra la narrazione e la classificazione, tra l’esegetica e la manualistica, tra la mano libera e il normografo, tra la vita e il gioco del piccolo chirurgo.

Ma tu hai la pretesa di sapere tutto di me perché hai visto un mio dipinto” dice, in un paradossale dialogo a parti invertite, lo psicoterapeuta al genio ribelle. E poi: “Credi che io riesca ad inquadrare quanto sia stata difficile la tua vita, cosa provi, chi sei, perché ho letto Oliver Twist? Basta questo ad incasellarti? Personalmente… me ne strafrego di tutto questo perché… sai una cosa?… non c’è niente che possa imparare da te che non legga in qualche libro del cazzo! A meno che tu non voglia parlare di te, di chi sei… allora la cosa mi affascina… ci sto…”.

John Nash può posare il suo timbro e ripiegare le sue cartine topografiche. Può riporre i suoi manuali in libreria dopo che, si spera, li abbia studiati per bene. E può fare come fanno quelli bravi: guardare ed ascoltare a mano libera. E non fare come fanno quei turisti, ammoniva Wittgenstein, che davanti a un monumento leggono la guida invece di guardare e ascoltare, invece di esserci mentre ci sono.

Perché si conosce di più quando non si è già deciso cosa conoscere. Perché il conosciuto sbarra la strada al conoscibile.

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