Vie d’uscita

PipaQuesta storia risale ad oltre trent’anni fa. Ero in Francia, in treno, di notte, e il treno si trascinava a fatica da una stazione all’altra fermandosi ogni volta che poteva. Seduto di fronte a me, che ero sveglio e contavo i minuti, un anziano signore dormiva profondamente. Arrivati all’ennesima piccola stazione di campagna, il treno si fermò rinculando fastidiosamente e questo sbattimento svegliò il mio dirimpettaio che, restando immobile con la testa poggiata sul fondo del sedile, guardò il cartello che era a pochi metri da noi e che era perfettamente incorniciato dal finestrino, disse “Siamo arrivati a Sortie” e riprese a dormire.

Qualche decina di minuti dopo il treno si fermò in un’altra stazione con un altro rinculo che svegliò nuovamente il mio dirimpettaio che nel frattempo aveva continuato a dormire in una maniera che avrei invidiato se non fosse che mi piaceva essere sveglio. Il finestrino incorniciò, seppur fuori centro, un cartello identico in tutto a quello precedente e il tizio dopo averlo guardato, con un movimento che circoscrisse ai soli occhi perché il resto del corpo restò immobile, constatò seccato che eravamo ancora fermi a Sortie.

Il treno ripartì, lui si riaddormentò e io sperai tanto che quella scena potesse ripetersi, se non più volte, almeno un’altra volta. Così non fu, purtroppo, per la soddisfazione del vecchio che, all’alba, sgranchì le braccia e le gambe ignaro di essere entrato nel catalogo dell’aneddotica didattica che dieci anni dopo avrei iniziato ad usare nei miei corsi.

C’è sempre un corso, infatti, nel quale spiegare i rischi che si corrono quando ci si fida delle etichette. A cominciare dai rischi più immediati e banali: credere che Sortie sia il nome di una stazione, e dunque di una cittadina, e non l’indicazione della via di uscita. Ma questo è nulla. Credere che una etichetta, una definizione, possa comprendere tutte le variabili della realtà, possa risolvere la complessità, è peggio, ad esempio. Come confondere i sostantivi con la sostanza delle cose.

Le etichette, le definizioni, sono come le regole: spesso servono solo a castrare le ansie e a riempire i vuoti di pensiero. Risolvono il problema del dover farsi un’idea di ogni cosa (di ogni cosa di cui sia opportuno, utile e necessario farsi un’idea), di mettersi nel gioco interattivo del ridefinirsi in relazione a ciascuna singola realtà, a ciascun singolo fenomeno. È il meccanismo dello stereotipo, ovviamente: è pigrizia ermeneutica.

Per molti è una fortuna che ci sia una definizione per tutto e che ci sia un manuale che elenchi tutte le definizioni: per loro si tratta solo di scegliere quella che, secondo loro, più si avvicina alla realtà. Si fidano molto, costoro, dei cartelli e del loro occhio, dei cartelli e di sé stessi che li guardano senza sporgersi in avanti. Non sanno, costoro, che stanno guardando il cartello sbagliato. Non sanno neanche che, come scrisse Ernst Gombrich, non esiste occhio innocente.

Anche adesso che sto scrivendo sono in treno: vado a Senigallia, dove sono stato invitato a parlare degli aspetti tossici della cura. Quale occasione migliore, allora, per ricordare quel viaggio di oltre trent’anni fa e quell’anziano signore che pigramente guardava i cartelli delle stazioni credendo di non essersi mai mosso (e, in fondo, aveva anche ragione: non si era mai mosso dal suo punto di osservazione).

Anche adesso che sto scrivendo in questo treno faccio ciò che facevo da bambino, in quei lunghi viaggi notturni con la mia famiglia che, emigrata a Milano, tornava spesso in Puglia, e spostava ogni volta il vissuto di sentirsi a casa, col risultato di sentirsi ogni volta fuori casa, fuori luogo, in attesa di un ritorno.

Da bambino guardavo, nelle case che correvano veloci, le finestre illuminate di notte. E immaginavo la vita che viveva in quelle case. E la immaginavo così forte che provavo nostalgia per tutte quelle vite che non potevo conoscere, con cui non potevo vivere. E mi faceva impazzire di speranza il fatto che ci fossero così tante finestre, così tanti luoghi diversi, così tante possibilità per tutti e per ciascuno, così tante vie d’uscita.

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Questa voce è stata pubblicata il 4 dicembre 2015. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 3 commenti

3 thoughts on “Vie d’uscita

  1. Capisco bene l’emozione per le tante, piccole finestre illuminate. Da bambino, per situazioni analoghe alla tua, ho pendolato anni e anni tra ancona e Viterbo con la mia famiglia, in treno ed in auto, attraversando l’Umbria. A volte la neve non ci consentiva di proseguire il viaggio e se gli hotel erano distanti venivamo accolti da qualche famiglia lungo il tragitto, che ci ospitava per la notte (negli anni ’60 accadevano queste cose…). Poche altre volte ho provato quel senso gioioso di avventura.
    Questi ricordi, oggi, nel profondo dell’inverno mi ricordano che, come diceva Camus, “dentro di me riposa un’estate invincibile”.

  2. ” non si era mai mosso dal suo punto di osservazione”. Rimanere fissi nel proprio punto di osservazione non si corrono rischi, la comfort zone, è una situazione di comodo. Non si affronta l’inatteso e l’ignoto, un possibile cambiamento. Non si corrono rischi.

  3. mi piace moltissimo e credo sia molto utile rifletterci di tanto in tanto. Mi piace molto anche il tuo ricordo da bambino che non conoscevo. a presto caro amico

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