I biscotti che chiamiamo identità

12191286_1013758671978132_3748675020641370069_o (2)Mentre sono in coda all’imbarco B12 noto che un signore si avvicina all’imbarco B9 e porge un paio di occhiali ad una assistente di volo. Dalla mimica del dialogo, che non posso sentire, mi è chiaro che gli occhiali sono stati dimenticati da qualcuno e lui li sta affidando a lei. Non posso non fare qualche breve e scomposto pensiero del tipo “che fregatura per chi li ha persi”, “che gentile lui che si è preso la briga di consegnarli a lei”, “come farei io se perdessi gli occhiali”. Ecco, appunto: come farei, visto che sono proprio miei quegli occhiali!

Questa volta mi è andata bene: mi ha salvato la mia abitudine di guardarmi intorno, la mia passione per il più grande spettacolo del mondo, la gente, che mi fa preferire osservare i viaggiatori e fantasticare su di loro, piuttosto che leggere uno dei libri che porto sempre con me e che non leggo mai.

Eppure, quante volte mi sarà capitato di vedere qualcosa in mano, addosso, dentro, intorno, sulla bocca di qualcuno e di non accorgermi che quella cosa è mia? E quante volte mi sarà capitato di avere qualcosa in mano, addosso, dentro, intorno, sulla bocca e di non accorgermi che non è mio? Certo, mi è capitato spesso di riconoscere chiaramente lo scambio, la contaminazione, il lascito, l’emulazione e la mimesi (quella verbale e quella analogica, che è più potente e suggestiva, come quando mi accorgo di muovere le banconote tra le dita proprio come faceva mio padre o come quando mi accorgo che mio figlio dorme come me che dormo come dormiva mio padre). Ma infinitamente di più sono le volte in cui mi capita, senza accorgermene, di portare via qualcosa di qualcuno e che qualcuno porti via qualcosa di me.

Non è il “dimenticare” la scaturigine di questi scambi, bensì il “lasciare senza accorgersene”, che è un movimento della mente e del corpo ben diverso dalla mera sbadataggine. È un fare qualcosa, è un fare che accada qualcosa, senza l’intenzione di farla, senza l’intenzione di farla accadere. È fare qualcosa mentre si fa altro, mentre si crede di fare soltanto altro, dimenticando che non si fa mai qualcosa soltanto. È come una serendipity al contrario, a vantaggio altrui, è come essere la serendipity di qualcuno che in te non cercava nulla o cercava altro (o altro rispetto a ciò che tu credevi cercasse).

Mi viene in mente Anna, ad esempio, che segue tutti i miei seminari di Milano e prende un sacco di appunti, e solo l’ultima volta ho scoperto che scrive anche quello che faccio, non solo quello che dico: scrive come dico, come attacco, come chiudo, come mi muovo. Ad Anna credevo di lasciare delle cose e invece ne lascio anche altre. O lei se le prende, che è un po’ diverso. Perché al “lasciare senza accorgersene” corrisponde anche il “prendere senza accorgersene”, il portare via una cosa altrui senza saperlo.

Tra tutte le cose che siamo e che usiamo, nulla è veramente nostro, tutto è arrivato a noi e ci ha cambiati, che noi lo si sappia o meno.

E questo vale anche per le cose di cui più siamo gelosi. Come nella storia di quella donna che stava mangiando i biscotti che aveva poggiato sul sedile vicino a lei quando, ad un tratto, si accorse che il suo vicino di sedia le rubava i biscotti e, con una irritante indifferenza condita da ripetuti sorrisi, li mangiava di gusto come fossero suoi. La donna allora accelerò il passo e ne mangiò il più possibile, mentre il suo vicino continuava a mangiare, con estrema calma, un biscotto ogni tanto. Quando i biscotti finirono, la donna congedò il suo vicino con uno sguardo risentito e si allontanò, sistemando il contenuto della sua borsa come solo una donna sa fare. Fu in quell’istante che scoprì, intatto, nella sua borsa, il suo pacco di biscotti. Quelli che aveva divorato, risentita, erano uguali ai suoi ma erano del suo vicino, quel vicino che le aveva sorriso più volte mentre lei gli rubava i biscotti.

E questo è ciò che chiamiamo identità: biscotti che non possiamo essere sicuri siano davvero nostri. Ogni volta che distinguiamo nettamente tra un qualsiasi me e un qualsiasi tu, o peggio ancora tra un qualsiasi noi e un qualsiasi voi (che è sempre un qualsiasi loro nella sua accezione più volgare) stiamo soltanto mischiando biscotti.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata il 27 ottobre 2015. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento

One thought on “I biscotti che chiamiamo identità

  1. ciao Felice!!! .. queste tue riflessioni sollecitano le mie intorno alle mie acquisizioni culturali vicine alle filosofie orientali: TUTTO E’ UNO .. e noi siamo un TUTTO che doniamo agli altri nelle forme più svariate
    questa consapevolezza ci fa uscire un po’ dal nostro narcisismo ( di matrice più occidentale) e ci apre gli orizzonti (questa volta come direbbe il poeta che è in me) verso l’INFINITO!
    be happy! e grazie .. abbiamo bisogno di crescere tutte/i con questa meravigliosa consapevolezza!
    a presto!
    mariangela (incontri di rosate!!!)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...