Ad occhi aperti

le-invasioni-barbariche-4Sono in autostrada e guido ascoltando Avitabile, quando sento montare dietro di me il sibilo di un treno che immagino correre velocissimo. Ho appena il tempo, una frazione di un secondo, per intuire con orrore che non c’è alcuna ferrovia in questi paraggi. Infatti non è un treno. È un TIR che nella frazione successiva dello stesso secondo mi travolge e mi uccide. Questo breve istante di tempo reale dura lunghi secondi di tempo percepito, lunghi secondi che io utilizzo interamente per dire male, da morto, di questa morte improvvisa, così diversa da quella che avrei voluto.

Le maledizioni sfumano velocemente in pensieri che conosco bene, perché nel frattempo mi sveglio, evito qualunque approfondimento sul sogno in sé ed inizio a elucubrare senza neanche aprire gli occhi: ma come fa la gente a dire che è bello morire nel sonno, che è meglio passare dal sonno alla morte senza accorgersene, senza neanche rendersene conto? Dico che è colpa della secolarizzazione della nostra cultura, che ha annacquato le differenze, ha scontornato i confini, gli attraversamenti, i passaggi, che ci porta a non voler guardare negli occhi ciò che invece non si può non vedere… io, invece, sono un perduto millenarista… mentre il TIR, qualche secondo prima, mi stirava, a me giravano le palle per questa morte improvvisa, imprevista, non programmata…

A questo punto sono definitivamente sveglio e posso sottoscrivere che non voglio morire senza preavviso: io al transito voglio arrivarci preparato, voglio arrivarci ad occhi aperti, presente e consapevole: voglio esserci, quando non ci sarò più! E voglio prendere parte ai preparativi del mio ultimo rito di passaggio.

L’ho capito nel marzo del 1992 quando un incidente lo ebbi davvero ed ebbi qualche secondo di tempo reale prima dello schianto. In quei secondi ebbi un trip di pensieri e di immagini che poi, col tempo, rimisi in ordine e rielaborai come un puzzle piovuto dal cielo: capii che il problema non è la morte in sé ma la sua forma. Mentre la mia macchina ruotava velocissima intorno a sé stessa in direzione del pilastro, piansi (non ebbi il tempo di farlo con gli occhi e allora piansi col petto) perché non potevo salutare nessuno.

Salutare, ecco, solo salutare. Sembra poco ma è importante poter salutare. Perché anche salutare è un rito di passaggio, è un rito di separazione: separarsi e sé-pararsi. Salutarsi è separarsi ad occhi aperti e separarsi ad occhi aperti è salutare. Anche quando è doloroso.

Salutarsi per dirsi le ultime cose. Perché dire è vitale e anche solo una parola può essere vitale (dì soltanto una parola ed io sarò salvato). Mentre andare via per sempre in silenzio, in assenza di parola, lascia un vuoto irrelato, privo di punti di riferimento e pieno di punti interrogativi: cosa stava pensando? cosa provava? si sentiva solo? ha sofferto molto? si sarà ricordato di me? cosa avrebbe voluto dirmi?

Salutarsi per stare l’ultima volta insieme. Stare, anche solo per poco, ma stare. Io lo immagino così: stare per l’ultima volta insieme, in un respiro comune. Ad occhi aperti nel respiro delle persone che mi amano. E che ora guardo dormire.

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Questa voce è stata pubblicata il 18 agosto 2015. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento

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