Nel centro storico che è la propria vita

IMG_2098Mentre esco dal portone del mio studio incrocio, come quasi sempre, un gruppo di turisti. Una signora molto distinta si dirige verso di me e mi chiede in che direzione deve andare per arrivare al centro storico. Le rispondo che si trova proprio nel cuore del centro storico, che quello dal quale sto uscendo è un palazzo del ‘400, che in fondo alla stradina c’è la Sinagoga e quella (indicando col dito le finestre che spuntano nel cortile) è la Chiesa di San Martino che risale a prima dell’anno 1.000 ed è sotto il livello della strada. Mi ascolta attenta, mi sorride ma non volge mai lo sguardo nella direzione delle aree che indico. Ringrazia e raggiunge il suo gruppo.

Raccontarlo non rende l’idea della potenza illustrativa di questo episodio perché le parole non mostrano i luoghi: la pietra antichissima di Trani è dappertutto, il portone del mio studio esibisce due capitelli di pregio, le mura del convento sono spesse forse due metri, la stradina è stretta e dalle finestre arriva il profumo del ragù ormai pronto. Se fossero le immagini dell’intervallo della tivù, la didascalia sarebbe CENTRO STORICO.

Mentre mi allontano mi torna in mente Wittgenstein che definisce sorda alla vista quella umanità che si comporta, per usare le sue parole, come “turisti che davanti a un monumento leggono il Baedeker [la guida]. Ma sento che non è questo il punto: in questo episodio non è in questione l’incapacità di leggere la complessità delle informazioni che arrivano dal contesto. Il centro storico è dappertutto intorno a noi, intorno a noi c’è solo centro storico.

La questione è un’altra, allora, ed è che si può essere in un luogo e non vederlo, si può essere in uno stato e non vederlo, in una condizione e non vederla. Non dico vederlo male. Dico proprio non vederlo.

Chiunque passi gran parte della sua vita ad ascoltare persone che parlano della loro vita (della loro salute, dei loro sentimenti, del loro comportamento, delle loro teorie) sanno bene cosa intendo: essere nel centro storico della propria vita e non vederlo.

Mi torna in mente che ognuno è il maggiore esperto di sé stesso, del proprio territorio interiore, del proprio centro storico, ma quasi tutti hanno bisogno di un cartografo, di qualcuno il cui mestiere è insegnare a riconoscere e a disegnare le mappe dei territori altrui. Indigeno e cartografo hanno esperienze e competenze diverse che si combinano bene tra di loro solo se ciascuna delle parti riconosce il ruolo dell’altra e i limiti della propria: il cartografo insegna a vedere, a disegnare e a utilizzare le mappe di spazi, reali anche se immateriali, che non conosce direttamente e può farlo perché è un esperto di mappe, non perché conosce il territorio altrui (non lo conoscerà mai veramente e questo non deve mai dimenticarlo se non vuole rendersi colpevole di sapere di dominio, se non vuole imporre la sua narrazione dominante).

Ovviamente anche i cartografi hanno un centro storico che frequentano quotidianamente e che potrebbero non vedere: avranno allora bisogno, a loro volta, di altri cartografi (cartografi di cartografi su Rieducational Channel).

Ecco dunque che capisco che era così che doveva andare: i nostri centri storici sono il risultato dell’incontro con l’alterità, gli altri edificano quei centri storici che sono la nostra vita. E solo dopo, o durante, un bravo cartografo (che è un’altra alterità), forse ci aiuterà a vedere e a riconoscere quei centri storici, forse ci aiuterà a muoverci dentro quei centri storici, e lo farà mettendo a nostra disposizione una mappa.

Una mappa che non è il nostro centro storico ma una sua rappresentazione. Che è un altro modo per cambiare i nostri centri storici.

P.S.: Per andare oltre le parole: quella della foto è la stradina nella quale ho incontrato la turista.

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Questa voce è stata pubblicata il 17 luglio 2015. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti

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