Di sperati sensi

11666243_957269910960342_5239686615013624858_nAnni che dico a me stesso che dovrei interrogarmi sull’origine carsica dell’omofobia, anni che dico a me stesso che dovrebbe incuriosirmi l’esistenza di una spiegazione ragionevole, anni che mi rispondo che la cosa non mi interessa, anni che mi giustifico dicendo che non ho sufficienti conoscenze di fisica quantistica per studiare il vuoto, che mi manca quella massima apertura logica senza la quale non si può intuire la vera forma del caos.

Ma, come spesso mi succede, un semaforo rosso interrompe questo schema ricorsivo creando lo spazio per la generazione di un pensiero: gli omofobi hanno, dell’amore, un’idea disperatamente genitale.

Facciamo un passo indietro: mentre guidavo immaginavo di scrivere una lettera d’amore e in questa lettera dicevo alla persona cui era destinata (persona immaginaria, sia chiaro, io penso le parole e le metto insieme non per usarle davvero ma perché faccio con le parole ciò che altri fanno con i suoni o con i colori o con i numeri, cerco una forma che mi piaccia, che mi emozioni, che mi dia la sensazione di crescere e di cambiare, non sto davvero parlando con qualcuno, che poi io non so, in realtà, se chi mette insieme i suoni, i colori, i numeri davvero non pensa a nessuno come me ma io immagino questo, e poi un’altra ragione è che questa volta è capitato così e di più non so dire) che lei è il personaggio principale del mio romanzo, se mai lo avessi scritto, e che per ora è, dunque, il personaggio del romanzo che sogno di scrivere, perché intorno a lei girano le mie cose, anzi: intorno al pensiero di lei girano le mie cose, ed è con riferimento a lei che avverto l’esistenza reale dei miei sensi come vie per interiorizzarla: guardarla, ascoltarla, toccarla, annusarla, sentirne il sapore. È per l’esistenza di lei che spero i miei sensi mi assistano davvero, è per l’esistenza di lei che io spero nei miei sensi.

Di sperati sensi, scrivevo nella mente, di sperati sensi è fatta la sostanza del mio amore: nessuna certezza, tutta l’attesa per quello che potrebbe essere.

Questo pensavo, confusamente, mentre mi rendevo conto che in questa bozza di lettera (che sapevo con certezza che avrei completamente dimenticato dopo lo svincolo per il mare) ancora mancavano due cose: il sesso.

Due cose, appunto: il sesso inteso come genere (a chi sto scrivendo? a una donna o a un uomo? quanto me ne frega di questo aspetto? a quali uomini potrei spedire questa lettera? come la prenderebbero? e già si è affacciato il timore del rifiuto che con cura coltivo sin da quando ero bambino) e il sesso inteso come farlo, il sesso (che poi il sesso quando lo immagini è sempre bellissimo e perfetto ma mica…).

Questo pensiero resta incompiuto perché il rosso del semaforo interrompe il suo flusso regolare. Metto a folle e mi riassetto mentalmente. Passo a un livello successivo, salgo al livello meta. Faccio tra me e me il debriefing del mio pensare di prima ed è in questa fase che, qualcuno nella mia testa, propone questo sillogismo incompiuto e indimostrabile, questa ipotizzazione: l’omofobia è la manifestazione di una sessualità immatura e incompiuta, disperatamente genitale, priva di creatività e di sensualità.

Disperati sensi, privati di esistenza, ammutoliscono la vita di chi, ossessivamente, non conosce possibilità.

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