Morire per esistere

Eutanasia legaleDa bambino ogni tanto sentivo mia nonna Lucia che, con uno stile tra l’oracolare e il sornione, diceva: “Vorrei morir ma non vorrei la morte, vorrei veder chi mi piange più forte”.

Questa brevissima filastrocca, che rientra nella nostra antichissima e tuttora vigorosa tradizione delle lamentazioni, conteneva alcuni insegnamenti sul tema dell’esistenza. Uno di questi è che i riti della morte altrui assolvono anche alla funzione di dire pubblicamente e indirettamente qualcosa su chi è morto, su come è vissuto, su come è esistito e su come esisterà (vorrei veder chi mi piange più forte): è per questo che prender parte al proprio funerale è una delle fantasie più diffuse (in Gli esami non finiscono mai il funerale al quale prende parte non è forse l’ultimo, grottesco, esame per Furio?).

Quel che succede è che noi trattiamo diversamente la morte avvenuta (che è sempre altrui) e la morte (quella nostra) che incombe: la prima la ritualizziamo e la rielaboriamo con procedure esplicite e plateali, la seconda la addomestichiamo nelle piccole e silenziose pieghe della nostra vita quotidiana, la imbrigliamo in un reticolo di piccoli e grandi rimedi all’angoscia di sapere che, in fondo, abbiamo un solo futuro.

Tutto, nella vita, è taciuta preparazione alla morte: preparazione non detta, certo, e spesso neanche saputa come tale. Non saputa come tante cose che riguardano noi stessi, non saputa perché indicibile in una cultura che ha rimosso la morte (quella incombente, quella non ancora avvenuta, quella propria) dal proprio orizzonte simbolico e, non potendo rimuoverla davvero, si accontenta di rimuovere il dolore.

Se invece non fosse insaputa questa preparazione, se invece fosse esplicita la considerazione della morte, sarebbe più semplice sviluppare una forte sensibilità propriocettiva, più semplice muoversi tra i limiti dell’esistenza come tra le pareti di una stanza, più semplici le posture interiori, più semplice imparare a respirare. Perché di questo si tratta: di imparare a respirare e a muoversi bene. Respiro e movimento.

Prepararsi alla morte è dunque un fatto privato. Privato nella doppia accezione di privato in quanto rientrante nel dominio intimo di ciascuno e di privato della sua cornice di senso (l’esistenza stessa): ed è proprio questa privazione di senso (che è sempre la privazione di una direzione) a creare il paradosso per cui ci prepariamo per tutta la vita ma la morte ci trova sempre impreparati.

Si priva di senso la morte (si priva la vita della sua direzione) quando ci si intestardisce nell’idea che la morte la si possa prevenire (laddove invece la si può solo posticipare): come quando ci si ostina a prolungare all’infinito una vita anche quando vita non è più, ed è al massimo un simulacro della vita. Ci si condanna a farsi trovare impreparati quando si considera ogni morte, ogni volta, inopportuna e ingiusta: e invece a volte la morte può essere opportuna e giusta, a volte è addirittura necessaria.

È sempre ingiusto, invece, non considerare la morte un atto proprio, un atto che sta sotto il controllo di ciascuno, un gesto di potere (e dunque di libertà) di ogni persona. C’è, ad esempio, chi sta terminando di vivere ma può ancora tutto: può scegliere il modo e il momento, può scegliere se sì o no. È il caso di Remy, il protagonista di Le invasioni barbariche: egli sa di avere pochissima vita davanti a sé e decide come utilizzarla e, soprattutto, come finirla.

Ma c’è di più: c’è chi non sta terminando di vivere, ma vive una vita nella quale non può più nulla. È il caso di Ramon, il protagonista di Mare dentro: egli sa di avere ancora tanta vita davanti a sé, ma sa bene di che vita si tratta e per questo decide di non utilizzarla. Ecco, per qualcuno la morte non è semplicemente un gesto di libertà ma è anche un atto profondo di liberazione. Per qualcuno morire è un gesto vitale. È imparare a respirare.

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Questa voce è stata pubblicata il 1 luglio 2015. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 3 commenti

3 thoughts on “Morire per esistere

  1. Ho pazientemente atteso che il tuo sguardo attento si posasse sul “fine vita”…
    Credo che uno dei limiti dell’Occidente sia quello di aver trasformato e di intendere la morte solo come evento “clinico”; la sua medicalizzazione ha subito la stessa sorte di quella riservata al parto.
    Rileggendoti mi viene in mente l’approccio di Ostaseski al fine vita e il suo invito a “coltivare una mente che non sa” ma sopratutto mi viene in mente un bellissimo libro illustrato per bambini che, se non l’hai già fatto, ti consiglierei di leggere. Si chiama: “L’anantra, la morte e il tulipano”…

  2. Carissimo ho letto con interesse il tuo articolo.

    Pregnante il riferimento al film Mare Dentro. Nel processo del morire è implicita una paura. Ma la paura più grande non è tanto nei riguardi della morte (se ci siamo noi non c’è la morte e quando arriverà la morte noi non saremo più, parafrasando Epicuro) quanto per la vita artificiale che è non vita. La tensione in realtà è nella polarizzazione di due diritti solo apparentemente contrapposti: quello alla vita e quello alla libertà. Questa tensione in mare dentro è condensata nel dialogo tra Ramon e il Gesuita:

    ” il botta e risposta per cui l’uno sostiene che “una libertà che elimina la vita non è una libertà”, e a cui Ramon risponde che “una vita che elimina la libertà non è vita”.

    E’ necessario, oggi più che mai accogliere la provocazione lanciata da Cusano ancora nel 1500: “coincidentia oppositorum”SINTESI DI DIVERSI PUNTI DI VISTA. Operazione ardua, a meno che…..

    Personalmente mi batto per promuovere la piena autodeterminazione delle persone in tutte le fasi della loro vita soprattutto in quella finale.

    Nicola Martinelli

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