Vivere per esistere

11130082_918785868142080_9041174149986000121_oA quanto pare morirò a 84 anni appena compiuti, il 18 dicembre 2047, giorno del compleanno di mio figlio Antonio.

Nelle settimane precedenti cercherò di salutare tutti personalmente, di chiudere le questioni aperte, di sistemare il sistemabile. Lascerò irrisolte alcune cose, come è giusto che sia. Non farò bilanci perché li avrò già fatti in precedenza. Avrò già scritto di mio pugno le cose che, commossi, gli altri diranno di me fingendo di crederci. Avrò già chiesto scusa, tra me e me, a coloro per i quali la mia vita non sarà servita a nulla. Avrò già ringraziato, tra me e me, coloro grazie ai quali la mia vita sarà servita a qualcuno.

E di tutto questo coglierò il silenzio, dell’indicibile e dell’inaudito, che è il suono di ciò che è utile.

Alcuni di voi si prenderanno cura di me: la cura della vita, quando è cura della fine della vita, è cura della morte. Da sempre e ovunque la morte si apparecchia in qualche modo. Qui in occidente anche la morte sta sotto il bastone della medicina ufficiale, che dispone e prescrive come fa con la vita. Ma anche qui, nonostante questa invadenza fastidiosa, la cura del defunto è uno dei modi più elevati della cura.

Quelli tra voi che si prenderanno cura di me, avranno cura anche della mia esistenza, però, che è cosa diversa dalla vita: questa finisce in un dato momento, quella continua per un po’ nella memoria di qualcuno. Ed è la cosa più importante. È ciò per cui viviamo, forse: esistere a lungo, il più a lungo possibile, seppur semplicemente nella memoria di qualcuno. Vivere per esistere, insomma.

A quelli tra voi che mi accompagneranno in questo passaggio dalla vita alla esistenza, a quelli che avranno cura di questo passaggio, voglio già bene, anche a quelli che ancora non conosco. Voglio bene alle mani che mi apparecchieranno nella morte e agli occhi che la piangeranno. Voglio bene alle pance e alle teste che mi conserveranno nell’esistenza.

Qualcuno tra voi, allora, prenda un appunto di questa cosa: quando morirò non voglio essere portato in una chiesa.

Non so da voi, ma a questa latitudine funziona così: chiunque tu sia, se muori vieni portato in una chiesa. È scontato, indiscutibile. Pare che nessuno possa sottrarsi a questo destino. Come se da morti si fosse cattolici d’ufficio. Pare che da morti si abbia diritto all’estremo perdono per l’estremo errore commesso in vita di non essere credenti. Pare che una benedizione non si neghi a nessuno. Pare che, nel dubbio, sia meglio fare il condono tombale. Perché la forza della tradizione ha sempre un lato oscuro.

Io invece voglio morire ateo. Voglio che mi venga riconosciuto questo diritto. Voglio essere riconosciuto nella mia identità. Sono ateo, non cattolico. Sono ateo. Non voglio morire senza identità. Non voglio, da morto, essere assimilato, minimizzato, ignorato. Non voglio che il mio corpo venga benedetto da labbra che non siano le vostre.

Ora lo sapete. Non potrete dire che non lo sapevate.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 maggio 2015. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento

One thought on “Vivere per esistere

  1. sono commosso, forse no sono contento! si contento di averti conosciuto. non sono un tuo grande amico, ti conosco da poco e non posso frequentarti. forse no sono un tuo grande amico perché la mia pelle la mia testa ti sente grande amico. ti voglio umanamente bene a presto ciao. riccardo montingelli.

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