Gli uomini piccoli hanno colpe grandi

Uomini piccoliScafisti. Schiavisti. Il Potere sceglie le parole da usare per modificare la percezione collettiva della realtà, illudendosi di modificare la realtà stessa. Al di là delle ragioni per cui ciò avviene (a mio avviso nelle cabine di regia del mondo c’è molta più mediocrità di quanto i fanatici del complottismo possano credere) il risultato è quello sperato: si pensa altro e si parla d’altro. Sono sufficienti due o tre dichiarazioni, e dunque due o tre titoli sui giornali, e il falso paradigma è servito.

Adesso è la volta del paradigma dello scafismo e dello schiavismo: dietro l’ecatombe del mare ci sarebbe la delinquenza comune nella forma dello scafista e, questa mi sembra nuova, dello schiavista. Bisogna ammettere che, anche se spontaneo, è geniale: si punta il dito contro qualcosa o qualcuno per allontanare la colpa da se stessi. Qui, poi, l’escamotage è ancora più funzionale perché puntando il dito contro il delinquente, la mela marcia, si assolve il sistema.

Non bisogna fare un grande sforzo di analisi per rendersi conto che gli scafisti esistono davvero e che rientrano nella molto diffusa categoria umana dei pezzi di merda che speculano, in maniera violenta e malvagia, su una tragedia immane. Ma gli scafisti sono l’ultimo anello della catena. Un anello di merda, certo, ma sempre ultimo. E allora, considerato il ruolo reale degli scafisti nel processo di produzione dell’ecatombe, potremmo dire che la tecnica usata in questo caso, per modificare la percezione della realtà, è quella dello spostamento.

Gli schiavisti, invece, non si capisce dove siano e cosa c’entrino. È chiaro che lo schiavismo è un’altra cosa e anche solo stare a spiegarlo è un’offesa a chi legge. E dunque in questo caso la tecnica usata è quella della reificazione. Che consiste nel rendere qualcosa il nulla.

Al di là delle definizioni, le tecniche sono vecchie come il mondo e le si usa ogni volta che si vuole nascondere qualcosa, da bambini la marmellata come da adulti l’amante. Del resto Pasolini lo aveva detto in tempi che oggi appaiono non sospetti: politica e onestà intellettuale in Italia sono inconciliabili.

Come in questo caso, che si vuole nascondere che dietro l’ecatombe del mare ci sono solo le colpe delle politiche di arricchimento del blocco capitalista neoliberista, quello stesso blocco che Papa Wojtyla, parlando ai baraccati della Favela do Lixão de São Pedro nel 1991, definì selvaggio e spiegò “che ha come tratti dominanti la sfrenata ricerca del guadagno unita al mancato rispetto per i valori primari del lavoro e della dignità dei lavoratori”. Quel capitalismo neoliberista che ha orientato le politiche industriali, economiche e finanziarie dell’ultimo secolo foraggiando le dittature, alimentando le guerre civili, stuprando le terre e le popolazioni.

Hanno trasformato l’ECO-sistema mondiale in un KAOS-sistema mondiale ed oggi, delle conseguenze dello squilibrio mondiale, danno la colpa alle vittime stesse, secondo un dispositivo di vittimizzazione degno dei peggiori aguzzini. Complice formidabile, come sempre con le dittature, è il ventre molle del Paese: egoista perché opulento, opulento perché egoista.

Già nel 1979 l’episcopato latinoamericano, riunitosi a Puebla, aveva lanciato l’allarme sui rischi di un mondo nel quale i ricchi diventano sempre più ricchi a spese dei poveri che diventano sempre più poveri ma i Potenti e ventre molle credettero che per evitare il disastro sarebbe bastato inserire qualche monetina nella scatolina dell’Avvento per gli aiuti al Terzo Mondo. Mediocrità, appunto, e ipocrisia: una miscela esplosiva.

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Questa voce è stata pubblicata il 21 aprile 2015. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti

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