L’industria dell’insicurezza

InsicurezzaMarzo 2006. Da pochi giorni è stato rapito un bambino che in Italia diventerà famoso come il piccolo Tommy.
Bruno Vespa, in una delle tante puntate di Porta a Porta dedicate a questa tragedia, introduce una delle sue ospiti scandendo a voce alta la seguente notizia: ogni anno in Italia scompaiono tremila bambini.

Sono circa le undici di sera e davanti alla televisione c’è ancora tanta gente: il novanta per cento di quelle persone non guarderà Porta a Porta fino alla fine e dunque andrà a letto avendo registrato una informazione che produrrà una rinnovata sensazione di insicurezza che, nei più sensibili, sconfinerà nella paura che, nei più suggestionabili, provocherà dei comportamenti conseguenti: di chiusura, di diffidenza, di intolleranza.

È solo a tarda notte, pochi minuti prima di chiudere la trasmissione, che Bruno Vespa chiede alla sua ospite di approfondire quella notizia. E così i pochissimi sopravvissuti alla trasmissione di Vespa apprendono, in sequenza, i seguenti più dettagliati chiarimenti:

  • la categoria bambini è stata utilizzata con una accezione molto estesa: sarebbero bambini tutti i minorenni;
  • di questi tremila bambini scomparsi, la quasi totalità ha poco meno di diciotto anni ed è dunque poco meno che maggiorenne;
  • con l’espressione scomparsi ci si riferisce a qualunque minore che abbia fatto perdere le sue tracce per almeno 48 ore;
  • la quasi totalità di essi viene poi rintracciato;
  • la stragrande maggior parte di questi minori si allontana volontariamente;
  • più della metà di questi minori si allontanano da istituti e comunità nei quali sono stati condotti contro la loro volontà;
  • circa tre quarti di essi sono minori stranieri non accompagnati;
  • prevalentemente facenti parte di gruppi di nomadi e/o coinvolti nel racket dell’accattonaggio;
  • la gran parte di questi minori fugge (o scompare) più volte e dunque viene contata più volte concorrendo in maniera significativa al raggiungimento della cifra di tremila scomparsi.

E infine, tenetevi forte se non siete seduti, l’unico dato ufficiale concretamente riconducibile alla scintilla emotiva sollecitata dalla informazione iniziale (paura per la scomparsa di tremila bambini ogni anno) è agghiacciante per la sua distonia rispetto al titolo stesso della notizia: negli ultimi 20 anni (dalla scomparsa di Emanuela Orlandi al marzo del 2006) in Italia sono realmente scomparsi soltanto la stessa Emanuela Orlandi (già ragazzina) a Roma, la piccola Angela Celentano sul monte Faeto e la piccola Denise Pipitone in Sicilia.

Ricapitoliamo:

  • titolo della notizia: ogni anno in Italia scompaiono 3.000 bambini
  • notizia vera: in 20 anni sono scomparse 2 bambine e una ragazza.

Mi è tornato in mente questo aneddoto quando, alcuni giorni fa, ho riletto un titolo secondo il quale in Puglia scompaiono ogni anno centinaia di bambini e solo dopo, molte righe dopo, quando a qualcuno è già salita l’angoscia, ho finalmente letto la notizia vera, la spiegazione, la specifica.

Ora: c’è qualcuno che davvero non immagina l’effetto che produce nella economia affettiva e sociale di milioni di genitori un titolo come quello? C’è qualcuno che davvero non immagina quante cose ingiustificabili si possono giustificare con una notizia (falsa) del genere? C’è qualcuno a cui davvero sfugge il nesso stringente tra la disinformazione collettiva e il vantaggio di alcuni portatori di interesse?

Un altro caso recente. Qualche mese fa la stampa rilancia la notizia di una ricerca dell’ISTAT secondo la quale una donna su tre in Italia ha subìto violenza. La notizia (anzi: il titolo della notizia e non la notizia, perché in genere basta quello) fa subito il giro del web e viene rilanciata da migliaia di addetti ai lavori come la conferma che la situazione in Italia è insostenibile e che esiste una emergenza specifica.

Provo a segnalare l’assurdità di questo titolo, la sua insostenibilità, la sua inconsistenza epistemologica e ricevo qualche apprezzamento ma anche qualche insulto da parte di chi, invece, trovava quella notizia a dir poco entusiasmante (anche in questo caso non è mancato chi mi ha messo in bocca cose che non avevo mai detto, ma questo è un altro articolo).

Ma io volevo soltanto porre alcune questioni elementari:

  • Su un piano molto generale: esiste qualcuno, donna o uomo che sia, che non ha mai subìto una qualsiasi forma di violenza? E dunque che senso ha questo titolo? Su un piano più specifico: se, come sembra evidente, ci si vuole riferire al caso specifico della violenza di genere, perché non lo si dice esplicitamente? E poi:
  • Dando per scontata la significatività del campione statistico utilizzato (perché se così non fosse saremmo in presenza di un problema ben più grave) è possibile sapere quale domanda è stata fatta alle persone intervistate? Perché la domanda fa la differenza… e non credo di doverlo spiegare, visto che è una buona norma, che non ho inventato io, quella di pubblicare insieme ai risultati delle indagini anche gli strumenti (le domande) utilizzati.
  • È stato esplicitato il tipo di violenza? Si è fatta differenza tra i diversi tipi di violenza? Si è fatta differenza tra i diversi autori della violenza? E sul periodo biografico e anagrafico nel quale la si sarebbe subìta?
  • Dando per scontato che i dati presentati siano veritieri (perché se così non fosse saremmo in presenza di un problema ben più grave) non sarebbe più corretto scrivere che “una donna su tre riferisce di aver subito violenza“? O almeno un meno distaccato ritiene?
  • Possibile che non si colga il fatto che se tutti subiscono violenza, nessuno subisce violenza? Cioè che generalizzando i fenomeni li si normalizza e si finisce col renderli meno scandalosi?

In conclusione, voglio dire con molta chiarezza che a me sembra che ci siano due tipi di industrie dell’insicurezza:

  • Da una parte ci sono addetti ai lavori molto attenti e molto furbi perché usano la disinformazione con precisione chirurgica al solo scopo di portare vantaggio a sé stessi. Hanno forse imparato il mestiere osservando il sodalizio tra i tanti politici e i tanti giornalisti (che forse sarebbe meglio definire operatori dell’informazione) che perfettamente colludono avendo interessi che, seppur diversi, di fatto convergono. Come nel caso di Porta a Porta la disinformazione consente di fare audience ma anche di giustificare politiche securitarie che altrimenti sarebbero inaccettabili e che sono, a loro volta, funzionali al business della sicurezza.
  • Dall’altra parte registro tra alcuni addetti ai lavori una certa povertà di strumenti concettuali, interpretativi ed operazionali (per dirla diversamente: una povertà epistemologica e strategica) e mi sembra che questa povertà non di rado si accompagni a un certo grado di improvvisazione su spinta volontaristica e pseudo-ideologica. Registro in questo contesto un bassissimo grado di laicità ed un alto grado di moralismo (del tipo paradossale, quello che meno ti aspetti). In questo contesto si disinforma in maniera inconsapevole e la disinformazione è funzionale alla propria affermazione. Il titolo dopato, la notizia deformata, nutre il bisogno di apprezzamento sociale.

Ai primi non interessa il fatto che una corretta informazione collettiva non è solo il primo dovere deontologico di un operatore ma anche il suo primo strumento di lavoro.

Ai secondi sfugge il fatto che la competenza (tecnica, scientifica, professionale) è direttamente proporzionale alla capacità di distinguere e di specificare e che chi si occupa di tutto in realtà non si occupa di nulla, sfugge il fatto che competenza non vuol dire solo “essere competenti” ma anche saper dire questa cosa mi compete/questa cosa non mi compete.

Ad entrambi non è chiaro che per dei professionisti della cura (della salute, della accoglienza, dell’aiuto, della presa in carico, della relazione) la disinformazione è una brutta infamità.

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