Esortazioni e sfregi di Stato

troppo amoreNon ci siamo ancora lasciati definitivamente alle spalle le migliaia di iniziative pubbliche legate alla Giornata Internazionale per la eliminazione della violenza sulle donne (25 novembre), ma possiamo già fare alcune considerazioni. La prima considerazione è una premessa: è cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza diffidare dalle Giornate, dalla idea che sta a monte e dai rischi che stanno a valle.

E intendo dalle Giornate-quali-che-siano. Il dispositivo liturgico delle Giornate nasconde una trappola, alla quale è difficile sfuggire, che produce una serie di rifrazioni dannose per la percezione collettiva dell’oggetto stesso della Giornata. Ad esempio una chiamata alle armi può trasformarsi in una celebrazione, un’occasione di attenta riflessione in una festa. Insomma, se in generale a una buona intenzione non corrisponde necessariamente un buon risultato, nel caso specifico delle Giornate è veramente difficile che si crei una corrispondenza.

Una seconda considerazione riguarda il contenuto e il senso di tante iniziative di questo genere. Generalmente l’argomento viene sviluppato, soprattutto in contenitori patologici come i talk delle televisioni generaliste, utilizzando
non solo l’escamotage della spettacolarizzazione del dramma ma anche utilizzando categorie moralistiche che, per definizione, sono improduttive se non dannose.

L’esortazione, ad esempio, è una delle forme comunicative del moralismo e gran parte degli slogan, degli spot, dei discorsi sono esortativi. Le esortazioni funzionano solo nelle narrazioni mitopoietiche della tradizione religiosa che ha trasformato in icone aforistiche alcune esperienze pedagogiche. Nella realtà le esortazioni non servono a nulla: se funzionassero io non sarei obeso medio-grave da anni. Se le esortazioni funzionassero la gente avrebbe smesso da anni di farsi le pere.

A una cosa, effettivamente, le esortazioni servono: a nascondere il vuoto di pensiero. Se non so come gestire la complessità di un gruppo di bambini scalmanati che mi sta distruggendo il soggiorno, posso provare con una
esortazione (oppure compro il libro di S.O.S. Tata). Vuoto di pensiero vuol dire, in questo caso, assenza di una strategia che, a sua volta, dipende dalla mancanza di una teoria di riferimento.

Non si può produrre cambiamento in uno specifico comportamento se non si ha una teoria su quello specifico comportamento. A meno che non ci si voglia affidare al caso o alla fortuna, non si può intervenire su un fenomeno, anche solo per prevenirlo, se non si dispone di una teoria su quel fenomeno. Se quel comportamento/fenomeno è una specifica forma di violenza è necessario disporre di una epistemologia almeno generale della violenza, nella quale
inserire quel comportamento.

Ad esempio la Campagna della Regione Puglia contro la violenza e il femminicidio (“Troppo amore: sbagliato”) non è esortativa e dunque non è neanche moralistica ma è esplicitamente fondata su una teoria. Una teoria terribile, per quello che capisco, una teoria che non condivido e che considero anche pericolosa, ma una teoria. E questa è la strada giusta, non la retorica esortativa: ai ragazzi e alle ragazze, agli uomini e alle donne, bisogna mettere a disposizione non
una raccomandazione, non un momento commovente, ma uno schema esplicativo. Lo stesso che deve essere utilizzato, mutatis mutandis, per gli interventi sul campo.

Disporre di una epistemologia della violenza, così come – per altre cose – di una teoria della mente, non è una soluzione in sé, ma è l’inizio di una soluzione possibile perché rende possibile pensare un intervento e una soluzione. L’esortazione invece è il modo dell’impotenza, per non dire della incapacità. Il censimento della incapacità è facile: basta contare gli STOP! (a qualunque cosa) contenuti nei titoli e negli slogan oppure le fotografie di donne nella varietà del seduta-per-terra-con-le-braccia-intorno-alla-testa. La semplificazione è il primo passo verso la banalizzazione e la banalizzazione della violenza è l’anticamera della sua legittimazione.

L’ultima considerazione è su un caso specifico: quando ho letto la notizia ho immaginato che ci sarebbe stata una sollevazione indignata di tutte quelle persone (donne soprattutto) che ogni giorno lottano contro la violenza di genere e si battono per il rispetto dei diritti di tutte le donne e di quelle che hanno subito violenza in particolare. Forse è sfuggita a me, ma non mi sembra di aver intercettato alcuna polemica. E dunque sembrerebbe doversi considerare normale se non addirittura giusto che si assegni il titolo di Cavaliere al Merito a una donna che è stata sfregiata.

Come si fa a non vedere che quel titolo al merito è un altro sfregio, questa volta di Stato? Che è una trappola con la quale si vuole spostare la questione sul terreno della stupidità istituzionale? Non si vede che, attraverso questo dispositivo provocatorio di beatificazione laica, lo sfregio diventa un emblema e dunque uno stigma?

Dunque nel silenzio generale (a me sembra) e con l’approvazione di molti, il potere maschilista ha assegnato a una donna un titolo maschilista (Cavaliere al Merito – sic!) e ha creduto, così, di privarla del titolo di vittima. Il Cavaliere va a cavallo e porta la spada, la vittima reclama giustizia. “Ha reagito bene” è la motivazione ufficiale: se non facesse piangere, questa cosa farebbe morire dal ridere.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 28 novembre 2013. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento

One thought on “Esortazioni e sfregi di Stato

  1. Felice, condivido le tue riflessioni, basta con le giornate contro… o a favore, e per un giorno lavaggio della coscienza e siamo tutti più sereni; sono le nostre azioni quotidiane, la difficoltà ad imparare a comunicare efficacemente partendo da noi stessi che devono attivarsi e dialogare per raggiungere un nuovo equilibrio condiviso . Il filosofo cinese Chuang-Tzu sosteneva” Una cosa è quell’ascolto che sta nelle orecchie. Un’altra cosa è l’ascolto della comprensione. Ma l’ascolto dello spirito non è limitato ad alcuna facoltà, alle orecchie o alla mente. E quando le facoltà sono vuote, l’intero essere è in ascolto…” Mattiamoci in ascolto e …’Al di là del Bene e del Male c’è un luogo, è li che ci incontreremo’
    Giacomo

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