Il gigante e la bambina

scambioVi insegno un gioco terribile. Potete usarlo, se ve la sentite, quando fate formazione  o supervisione, o quando conducete uno dei vostri gruppi. O, più semplicemente, se volete rovinare una serata tra amici. Ve lo insegno gratis. E’ sufficiente che citiate la fonte: è una delle famose “domande di Gregory Stock” da me liberamente stravolta.

Ponete il gruppo di fronte al seguente dilemma: “Solo voi potete azionare la leva dello scambio ferroviario e decidere su quale binario deve transitare il treno che sta arrivando. Vi hanno appena avvisato che c’è una emergenza: sul primo binario c’è un bambino mentre sul secondo binario ce ne sono cinque. E’ impossibile che si salvino. Voi dovete decidere su quale binario far transitare il treno. Se credete di non decidere, in realtà state decidendo che sia il caso a decidere”.

Vedrete che, al di là delle discussioni e delle dinamiche sulla assunzione di responsabilità, sulla conseguenza delle proprie azioni, sul destino, ecc…, la maggior parte delle persone, se non la totalità, opterà per il male minore: un bambino è meno doloroso di cinque. E’ importante che, magari utilizzando una lavagna, si faccia esplicito riferimento alla logica quantitativa e che su questa si manifesti il consenso del gruppo (se c’è).

A questo punto comunicate che c’è un cambiamento improvviso: “Vi è stato appena comunicato che i bambini sul secondo binario non sono cinque ma dieci e che il bambino che sta sul primo binario è vostro figlio. Confermate la decisione?”

Potete immaginare la reazione: la logica quantitativa salta insieme a tutte le teorie sul male minore e sulla riduzione del danno. I più coraggiosi e i più sinceri diranno che se ne infischiano dei dieci bambini. Qualcuno andrà veramente in crisi. Qualcuno farà congetture sul dopo della tragedia.

La verità è che il nostro atteggiamento, quando organizziamo la realtà e quando la interpretiamo, è il risultato di un processo informativo che non è bidimensionale ma almeno tridimensionale. Esso cioè dipende anche dalla distanza che si unisce o ci separa dall’oggetto della osservazione e/o della decisione. Dunque la distanza non influenza soltanto la decisione, ma anche l’osservazione: da vicino io vedo cose diverse da quelle che vedo da lontano e le cose che vedo possono cambiare la mia opinione e la mia decisione. Noterete che non ho detto che da vicino si vede e si decide meglio, ma soltanto che si vede e si decide diverso.

Ne ho già parlato qui e qui e qui e non so quante altre volte, a proposito dei meccanismi attraverso i quali manipoliamo la realtà con gli stereotipi, ma provo a riformulare la questione: la distanza che mi unisce o mi separa dall’oggetto della osservazione e/o della decisione è parte della cornice, è essa stessa cornice che dà forma all’oggetto che contiene. Nel caso specifico potremmo dire che il fatto di guardare troppo da vicino un oggetto espone al rischio di vederlo deformato: nel nostro gioco sono saltate tutte le teorie e le logiche che tanto ci avevano convinto nella prima parte della attività.

Per avere una idea concreta di quello che sto dicendo basterebbe dividere il gruppo in due sottogruppi: da una parte i genitori del bambino che sta da solo sul primo binario e che controllano la leva, dall’altra parte i genitori dei bambini che stanno sul secondo binario e che subiranno la decisione dell’altro gruppo. In questo modo la discussione farà emergere, prima della rissa finale, una diversa de-formazione delle teorie e delle logiche.

Da vicino non si vede e non si decide meglio semplicemente perché vicino è un concetto relativo: troppo vicino deforma, troppo lontano anche. Tutti i giorni facciamo questa esperienza, quando siamo insensibili di fronte a un problema grave che riguarda qualcuno che sentiamo lontano e quando siamo ipersensibili di fronte a qualcosa che riguarda qualcuno che ci sta molto a cuore.

Il dispositivo che porta qualcuno a fregarsene della morte in mare di migliaia di persone che cercavano la salvezza nel nostro paese è identico a quello che porta qualcuno a fare il tifo per gli immigrati non come categoria ma come singoli, a prescindere da quello che sono o che fanno soggettivamente: in un testo che si può scaricare qui ho chiamato questo atteggiamento Il patibolo e l’altare. In entrambi i casi le persone sono spogliate del loro inviolabile diritto alla soggettivazione (a essere considerati come soggetti  e non come oggetti) e sono ridotte a nuda vita (Slavoy Zizek) dunque ad oggetti.

Ma voglio tornare alla questione della distanza-cornice per fare alcuni esempi di modificazione della valutazione:

– in una puntata di Futurama, Bender è un enorme gigante che s’è messo in testa di distruggere un pianeta con tutti i suoi abitanti; prima che possa portare a termine il suo progetto viene spinto contro un grattacielo la cui punta lo trafigge a morte; ma prima che sia morto ha il tempo di rispondere alla domanda “cosa volevi fare?”. E la risposta è “volevo solo distruggere il mondo e tutti i suoi abitanti… e ora ditemi chi è davvero il cattivo”: nel sentire questa risposta i suoi interlocutori si commuovono e hanno pena per lui.

– nel film di Pedro Almodovar Parla con lei, Benigno è un infermiere che, non solo è innamorato della ragazza in coma di cui si prende cura da tanto tempo, ma è anche convinto di avere con lei una relazione e, per questo, si scoprirà che la ragazza è incinta; il film ci mostra da vicino che Benigno è un ragazzo molto sensibile e solo, e la sua ingenuità porta il pubblico a sentirsi coinvolto in questa storia e a commuoversi di fronte al suo suicidio. Ma quanta gente si sarebbe commossa di fronte alla notizia di uno sconosciuto infermiere che abusava di una paziente in coma?

– la canzone Il gigante e la bambina è comunemente considerata una bellissima canzone e chi la canta o la ascolta sta sempre dalla parte del gigante e della bambina (falco e passero abbracciati) e non dalla parte della gente del villaggio che sale fino al bosco per fare giustizia. Ma chi farebbe il tifo per un giardiniere che violenta e uccide una bambina?

Chi vuole aggiungere esempi?

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Questa voce è stata pubblicata il 7 novembre 2013. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 3 commenti

3 thoughts on “Il gigante e la bambina

  1. A proposito di empatia e della fallacia nel fondare su di essa rapporto di consulenza: si chiede ai corsisti di fare esempi di relazioni professionali in cui l’empatia con l’utente sia considerata strumento essenziale. Per esempio, alcuni parlano dell’empatia con il fanciullo maltrattato, la donna abusata, il carcerato, etc. Bene: lei lavora in un carcere in virtù di quanto disposto dalla Costituzione e della legge penitenziaria, ha la mission di promuovere la riabilitazione del reo. Le affidano il caso di una persona che abbia agito comportamenti di abuso verso fanciulli e bambini: come usa l’empatia?

    L’empatia è un costrutto di senso comune; piuttosto serve l’exotopia, la distanza verso lp sconosciuto che sopraggiunge e l’irriducibile a noi.

  2. non ho mai contribuito alle discussioni che si sviluppano dopo i tuoi stimoli. questa volta sento che qualcosa mi va di dirla anche se il mio pensiero rischia di andare fuori traccia. mi colpisce l’esempio che porti sulle morti in mare perchè da tempo sostengo che si guardano con eccessivo distacco (quando si sceglie di guardare) alcuni avvenimenti, tragedie. nello specifico quando qualcuno muore per la libertà, per il diritto ad una vita migliore, mi turba, mi genera rabbia. quando vedo bambini morti vedo i volti dei miei figli….e inorridisco. E’ vero, condivido il fatto che non si può essere a priori dalla parte dei migranti ,ma per me le varianti sono tante anche nel caso di chi scappa perché delinquente in quanto non conosco la sua storia. sospendo il giudizio e guardo e penso che, forse, è giusto avere una seconda o terza possibilità.
    detto questo, per gioco, ho provato ad immedesimarmi nell’esercizio da te proposto e so che avrei scelto di morire. sarei andato in corto e non avrei potuto accettare di vivere senza mio figlio (non lo potrei mai) ma non sarei stato in grado di portarmi dietro il dolore ed il senso di colpa degli altri. forse in questa mia codardia è nascosta la mia visione e impostazione della vita che sta nella sforzo (mai riuscito) di arrivare prima che un evento di questa portata accada.
    spero di essere stato chiaro. nel caso contrario ce ne faremo tutti una ragione;)

    per finire mentre leggevo l’elenco di esempi fatti da te mi veniva in mente “il pescatore” di De Andrè. dove alla fine di tutto, il pescatore, sarebbe annoverato tra chi nasconde ed aiuta i delinquenti. almeno secondo la mia lettura.
    cosa dire poi di Batman…paladino della giustizia o terrorista e, peggio ancora, “giustiziere della notte”.
    Un abbraccio

    • Mi piace leggerti. Mi sembra di essere a tavola a casa tua, in una delle innumerevoli cene calabresi che hanno segnato un periodo lungo e importante della mia vita.

      Solo una precisazione: io sono a priori a favore degli immigrati, non sono mai a priori a favore del singolo immigrato. Un conto è la categoria, un conto è il singolo. Una volta Mario Capanna disse “la classe operaia è sacra, ma il singolo operaio può essere uno stronzo”!
      Si chiama (ma vado a memoria, potrei sbagliare) teoria dei tipi logici; è un precetto matematico: non bisogna confondere i livelli.

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