Il razzismo che non ti aspetti

ObamaL’amministrazione degli Stati Uniti intercetta e sorveglia tutte le comunicazioni, anche private, dei suoi alleati, capi di Governo compresi. Questa notizia, che sembra definitivamente accertata,  non ha stupito neanche un po’ le persone che ritengono realisticamente inapplicabili alle questioni di Stato e tra Stati le categorie della correttezza e della fiducia. In particolar modo quando tra gli Stati in questione c’è chi ha sempre detto chiaramente di considerarsi al di sopra del diritto internazionale.

Non è dunque sul versante dello scandalo che troveremo qualcosa da imparare da questa vicenda. Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà: non c’è niente di nuovo sotto il sole, è scritto nel Qoelet.

A meno che non si guardi a questa vicenda da un punto di vista più laterale e specifico: la delusione per il fatto che il tutto accade (anche) durante i mandati presidenziali di un uomo che aveva fatto sognare una parte del mondo occidentale. Ma in cosa ha origine la delusione? Non dalla notizia delle cose che ha fatto (nulla di nuovo), quanto dal grave errore di prospettiva che aveva generato l’illusione.

Perché di errore si tratta. E’ tipico dei processi di rappresentazione collettiva, infatti, il generare errori di sistema che impediscono prima l’elaborazione coerente delle informazioni e poi l’esatto allineamento dei rapporti di causa ed effetto tra fenomeni diversi. E’ un errore che potremmo definire di idealizzazione.

Se mi si rompe la caldaia ho un problema da risolvere per il quale cerco la soluzione giusta, non quella che mi piace di più. Per esempio chiamerò un tecnico perché è bravo, non perché mi è simpatico e mi fa fare un sacco di risate o perché è meridionale come me e quindi voglio aiutarlo. L’ideale sarebbe poter disporre di un tecnico meridionale molto simpatico, ma non è detto che io ne abbia uno sotto mano e comunque rimane fermo il fatto che la variabile indipendente è che sia bravo e non che sia simpatico e meridionale. Insomma: allineo i dati da elaborare in maniera che causa ed effetto dei diversi fenomeni stiano in linea.

Quando una certa parte della popolazione occidentale cominciò a fare il tifo per Barak Obama nessuno disponeva di informazioni verificate (e dunque utili) sulle sue capacità come leader di una super potenza mondiale. Quando divenne un mito la situazione era ancora la stessa. L’unico motivo per cui mezzo mondo si schierò con lui era che lui è nero. E poi anche perché era convincente e tutto il resto. Ma se il colore della sua pelle fosse stato diverso le cose sarebbero andate in un modo altrettanto diverso.

Va da sé che in nessun modo, in nessun luogo e in nessun tempo è possibile affermare che una persona possa essere incapace o incapace di fare qualcosa in base al colore della sua pelle. Chi pensasse una cosa del genere sarebbe razzista. E questo meccanismo ci è molto chiaro quando ci indigniamo perché qualcuno esclude una persona da una opportunità per la ragione del colore della sua pelle. Ma non ci è più chiaro e non ci indigniamo quando succede il contrario e cioè quando quella stessa persona (quella col colore dei perdenti) viene scelta per fare una cosa solo per la ragione del colore della sua pelle ma tra il colore della sua pelle e la cosa che deve fare non c’è alcun nesso. Ma anche questo è razzismo, anche se non lo si vuole ammettere perché si é convinti della propria indiscutibile buona fede e di essere portatori di una superiorità morale e antropologica che dispensa dalla verifica scrupolosa delle conseguenze delle proprie scelte.

Quando per un compito di responsabilità che presuppone specifiche competenze si sceglie una persona (o ci si schiera a suo favore) solo per la ragione di alcune sue caratteristiche sensibili (colore della pelle, genere e/o orientamento sessuale, provenienza geografica, ecc…) si fa una operazione che, nella migliore delle ipotesi, è stupida. Nella peggiore delle ipotesi è gravemente discriminatoria. In ogni caso è stigmatizzante e rivela l’inaffidabilità dei processi decisionali che la stanno producendo quella scelta. Lo stigma, sia chiaro, non è tale solo quando rivela un fenomeno a noi spiacevole.

Non è del resto corretta neanche la tesi, molto diffusa, per cui sarebbe da festeggiare la circostanza di un Presidente degli Stati Uniti che per la prima volta è afroamericano. Per lo stesso motivo per cui non avrebbe senso esultare per la circostanza di essere operati a cuore aperto da un chirurgo che è il primo chirurgo proveniente dalla cittadina in cui sono nato: meglio chiedersi se questo chirurgo è bravo ed, eventualmente, festeggiare per entrambe le cose.

Così come sarebbe stato meglio festeggiare la doppia circostanza di un, per la prima volta, grande Presidente che per giunta è anche afroamericano. Ma questo è troppo razionale per un popolo che, per evitare la complessità, si rifugia negli eroi.

P.S.: chi volesse approfondire la questione relativa ai processi di “stigmatizzazione positiva” in maniera meno divulgativa di quello che ha senso fare in un articolo come questo, può scaricare da questo blog le cose che ho scritto a questo proposito.

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Questa voce è stata pubblicata il 26 ottobre 2013. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 4 commenti

4 thoughts on “Il razzismo che non ti aspetti

  1. Apprezzabile capacità elaborativa e spessore argomentativo.
    Mi soffermo sulla sua affermazione che “non è nel versante dello scandalo che è possibile trovare qualcosa da imparare”.
    Concordo che il gossip è sicuramente un atteggiamento inadeguato, non da assumere come risposta ad una vicenda di spionaggio internazionale che sorprende, ma non meraviglia.
    Così come ricercare sempre e comunque un capro espiatorio con cui “prendersela”.
    Sono insegnante e mi ha incuriosito la sua attenzione nel porre in primo piano l’azione di imparare e dell’apprendere. Occorre imparare ad apprendere. Infatti ritengo sia importante, determinante e decisamente incisiva l’azione educativa per sradicare definitivamente atteggiamenti di razzismo che si identificano e si “materializzano” in quelli che lei definisce “processi di rappresentazione collettiva” e che io chiamo semplicemente “PREGIUDIZI”.
    Per cercare una soluzione a questa gigantesca radicata problematica, occorre agire da subito, nella azione educativa partendo da “PUNTI” che spesso si sottovalutano perché si ritengono limitativi: I SENSI e in particolare la VISTA e l’UDITO.
    La VISTA e UDITO sono i sensi dominanti nell’uomo e per questa ragione pressati e controllati dai CONDIZIONAMENTI. Condizionamenti strumentali e mediatici che creano PREGIUDIZI e diseducano al RAZZISMO che io ritengo non sia solo riferibile al colore della pelle, ma ad una serie di atteggiamenti che discreditano ogni diversità.
    Se l’azione educativa non è sufficiente, perché molto spesso anch’essa condizionata e controllata, bisognerebbe cercare di non trascurare l’informazione diretta e l’esercizio della riflessione per giungere ad educare e ad impostare positivamente l’uso dell’udito e della vista che poi, materializzano i concetti.
    Emilia Monzo

    • Ciao Felice, segue sempre il tuo blog e mi piace molto! Trovo sempre interessante la tua visione del mondo… In particolare questo ultimo articolo, un po’ forse “inaspettato”. Complimenti per il blog, saluti in famiglia!

      Emilia Monzo, la maestra Emilia??
      Davide d’Ambrosio

      • Ciao Davide.
        Mi fa piacere scoprirti tra i miei più fedeli lettori.
        E quasi sicuramente tra i più giovani (o forse addirittura il più giovane). Ma se ti piacciono l’antropologia e i suoi annessi, va benissimo.
        Sì, Emilia Monzo credo proprio che sia la maestra Emilia!

  2. Che scoperta! Grande la maestra Emilia, forse devo a lei la mia passione per la letteratura… Se ti va passa dal mio di blog, trattiamo tematiche totalmente diverse ed é in costruzione, ma qualcosina c’è! davidedambrosio.altervista.org

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