La terza che hai detto!

QuéloDue persone stavano pescando lungo la riva di un fiume quando, ad un tratto, si udirono le urla di qualcuno che, trasportato dalla corrente, stava annegando. Prontamente uno dei due pescatori si gettò in acqua e, seppur a fatica, trasse in salvo il malcapitato. Fatto ciò riprese a pescare. Ma pochi minuti dopo si udirono di nuovo le urla di qualcuno che chiedeva aiuto. Ancora una volta il generoso pescatore si tuffò nel fiume e, ancora una volta, salvò una vita e riprese a pescare. Non passò più di qualche minuto: al centro del fiume la corrente trascinava un’altra persona in difficoltà e il pescatore, incurante della stanchezza, la salvò. E così altre volte. Fino a quando, di fronte all’ennesima richiesta di aiuto, il nostro eroe invece di tuffarsi nel fiume per compiere la solita prodezza, si incamminò risalendo il fiume in direzione della vetta del monte. Allora il secondo pescatore intervenne e gli chiese “perché non ti tuffi”. Ed egli rispose “non ha senso continuare così, devo capire perché la gente cade in acqua e cosa fare per evitarlo”.

Elementare Watson. Troppo elementare. Talmente elementare che è improbabile sia accaduto in Italia. O meglio: fino quasi alla fine della storia il protagonista poteva sembrare italiano, perché agli italiani piacciono gli eroi. Ma quando ha fatto la cosa giusta si è capito che non poteva essere italiano, perché la cosa era giusta nel senso di logica.

Se  la cosa fosse successa in Italia, il pescatore avrebbe continuato a tuffarsi, forse sarebbe morto, in ogni caso sarebbe diventato un eroe e di lui si sarebbe discusso a lungo in televisione (mettendo a confronto quelli a favore e quelli a sfavore perché c’è sempre qualcuno a sfavore) e gli avrebbero assegnato una scorta, se fosse sopravvissuto, e i partiti avrebbero fatto a gara per candidarlo, non perché bravo, perché famoso.

Forse più a monte, come nella storia originale, c’è un ponte rotto dal quale la gente cade in acqua, al centro di un fiume percorso da forti correnti. Basterebbe aggiustare il ponte per risolvere il problema. Ma affinché questa banale considerazione possa giungere a consapevolezza, è necessario guardare al problema come al frammento di un sistema più ampio di cui il problema fa parte, E sapere che il problema che si verifica qui davanti a me quasi sempre è la conseguenza di un problema che sta altrove. O viceversa, che le conseguenze del problema che creo qui davanti a me, quasi sempre si riverbera da un’altra parte, anche lontana, del sistema.

Se non fosse deprimente, sarebbe divertente: in Italia per risolvere, ad esempio, il problema del sovraffollamento delle carceri, si usa il pescatore, non si aggiusta il ponte. Tanto meno, figuriamoci, ci si chiede perché si è rotto e se è la prima volta che si rompe o se succede spesso e perché. Troppo logico, troppo noioso per un talk show.

Perché non c’è agonismo nell’usare le evidenze per capire dove sta il problema. Controllare, ad esempio, la percentuale di coloro che sono in carcere per la prima volta e quella dei recidivi (e quella dei recidivi già amnistiati e/o indultati in passato) costringerebbe a fare un discorso logico e a farsi delle domande: siamo un Paese che non sa modificare gli errori del sistema oppure un Paese che non li sa prevenire? O, addirittura, siamo un Paese che crea da solo le condizioni che portano il sistema a rompersi?

“La terza che hai detto” direbbe Quèlo. Il più italiano tra i leader di questo Paese.

P.S. – La storia del fiume e del ponte la raccontò, con altri scopi ben più nobili, don Tonino Bello una domenica mattina di troppi anni fa. In questo sta la grandezza di alcuni maestri: nel saper insegnare cose complesse con la chiarezza delle parole semplici.

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